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LE FRUSTATE DI ENNIO BELLUCCI AI POLITICI DI OGGI

di Luigi liberatore

Freud affermava che “scherzando si può dire di tutto, anche la verità”. Prima di lui Orazio scrisse che “ridentem dicere verum: quid vetat?” che è poi la versione latina della intuizione verbalizzata dal padre della psicoanalisi. E’ una massima che ha radici antiche e che non ha perso mai senso perché, in fondo, celebra l’efficacia dell’umorismo come grimaldello della sincerità in quanto rende agevole affrontare argomenti difficili o scabrosi per ripulirli dalle ipocrisie. Ridendo, appunto. Come fa Ennio Bellucci che nel suo ultimo lavoro pubblicato da Reteabruzzo si insinua in maniera elegante nel mondo della politica e dei politici per fare un raffronto tra ieri e oggi, dove viaggia in armonia col suo dialetto pratolano per dire cose che noi tutti pensiamo in privato ma che non osiamo affermare in pubblico. Reme, Lorenze, Domeneche: ovvero, Gaspari, Natali e Susi. E poi? Signori, l’Abruzzo è tutto qui. La politica si è fermata con la loro scomparsa e sopravvivono nell’immaginario collettivo col nome perché accanto ci sono le opere che hanno realizzato, cioè autostrade, porti, ponti, scuole e industrie. Malinconia? No. Il viaggio “politico” di Ennio Bellucci nel prima e dopo non è fatto di rimpianti per la vecchia guardia, semmai si volge indietro per narrare, con garbo, la pochezza della classe politica attuale per arrivare a una conclusione: i politici di adesso, quelli abruzzesi si capisce, non hanno scuola. Lo dice in dialetto ma il senso è quello. Un tempo, fa capire Bellucci, si entrava in politica inizialmente per passione, facendo magari anticamera per entrare nella sezione del Partito, sporcandosi le mani con l’inchiostro del ciclostile, attaccando i manifesti o annunciando i comizi. Si entrava nel vivo con la candidatura a consigliere comunale, e intanto si affinavano le proprie doti. Il balzo era connesso alle capacità personali che la stessa politica verificava sul campo. Adesso? Ti fanno sindaco se sei un “buon uomo”, diventi consigliere regionale per pacchetto di voti, oppure ti rieleggono presidente se porti il tuo ente al fallimento: “Buoni a nulla, capaci di tutto” avrebbe detto Longanesi. Ma gli elettori, si chiede l’autore del bel racconto? Sono sempre di meno quelli che vanno alle urne soprattutto perché non hanno più la facoltà di scegliere, obbligati ad indicare semmai il deficiente di turno perché così esige il sistema. Ecco siamo arrivati al dunque con la politica diventata sistema chiuso, autoreferenziale. Ridateci “Reme, Lorenze e Domeneche”. Questo lo dico io. Ennio Bellucci chiude il suo racconto in versi con una espressione dialettale bellissima di gradimento universale. Speriamo che non si faccia prendere da timidezze letterarie e cancelli la frase. Tradirebbe la sua libertà e la logica della “Puliteche de’ ‘na vote i chele de mo’”.

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