EMERGENZA CERVI: AGRICOLTURA IN GINOCCHIO, STRADE PERICOLOSE E GESTIONE FERMA AL PALO
In Abruzzo l’emergenza legata alla presenza del cervo ha ormai superato la soglia di guardia. Nella sola provincia dell’Aquila oltre il 60 per cento dei danni all’agricoltura è oggi attribuibile agli ungulati, mentre cresce in modo costante il numero degli incidenti stradali causati dall’attraversamento degli animali selvatici, con gravi rischi per la sicurezza di automobilisti e motociclisti.
Una situazione che, secondo agricoltori e amministratori locali, non può più essere considerata episodica. A certificarlo sono anche i dati ufficiali. Nel 2020 il Consiglio regionale ha approvato il nuovo Piano Faunistico Venatorio Regionale, redatto dall’ISPRA a distanza di circa 25 anni dall’ultimo aggiornamento. Il piano individua in modo chiaro le misure necessarie per una corretta gestione del cervo, basandosi su dati scientifici ritenuti ampiamente sufficienti a giustificare un prelievo sostenibile della specie.
La legge nazionale 157 del 1992 inserisce il cervo tra le specie cacciabili, al pari di lepre e fagiano. In Abruzzo, dove le attività di monitoraggio vengono condotte da anni, le densità risultano però ben superiori agli obiettivi fissati dalle linee guida ISPRA, che indicano un valore di riferimento di due capi ogni cento ettari. In alcune aree la Regione registra oggi tra le densità più elevate d’Italia.
Le stesse linee guida prevedono che il prelievo selettivo dei maschi possa iniziare già dal mese di agosto, mentre da gennaio dovrebbe essere consentito il prelievo di tutte le classi di sesso ed età. Eppure, nonostante sia stato effettuato anche il conteggio per il 2025, ad oggi non esiste alcuna comunicazione ufficiale sull’apertura della caccia al cervo. Non risulta nemmeno convocata la Consulta regionale della caccia, chiamata a esprimere il parere sul calendario venatorio, passaggio indispensabile per l’avvio delle operazioni.
Il ritardo rischia di avere conseguenze pesanti. Senza l’inizio dell’attività venatoria, infatti, non è possibile nemmeno attivare misure emergenziali come il controllo ai sensi dell’articolo 19 della legge 157/92, uno strumento che consente di intervenire nel breve periodo sulle popolazioni, riducendole per limitare il conflitto con le attività umane. I tempi, sottolineano gli addetti ai lavori, sono ormai strettissimi: senza l’approvazione del calendario nei primi giorni di gennaio, gli Ambiti Territoriali di Caccia non riusciranno a organizzare i prelievi.
Il confronto con altre realtà è impietoso. In province limitrofe, come Rieti, il prelievo è già iniziato, mentre in Abruzzo la situazione viene definita da più parti non più sostenibile. Agricoltori e diversi sindaci della Valle Peligna e della Valle Subequana parlano apertamente di esasperazione e hanno inviato una petizione all’assessore regionale all’Agricoltura, Emanuele Imprudente, chiedendo di attivarsi per far partire la caccia di selezione al cervo entro il mese di gennaio.
Il tema, però, va oltre l’emergenza immediata e chiama in causa questioni più ampie di gestione faunistica, ambiente e sostenibilità alimentare. Negli ultimi decenni è cresciuta la sensibilità verso il benessere animale e l’impatto ambientale delle produzioni alimentari. In questo contesto, la carne di selvaggina, e in particolare quella di cervo, presenta caratteristiche nutrizionali di alto valore biologico: è povera di grassi, ricca di aminoacidi essenziali e caratterizzata da un rapporto equilibrato tra acidi grassi omega-6 e omega-3, considerato ottimale dalla letteratura scientifica.
Dal punto di vista del benessere animale, la caccia di selezione viene indicata come una pratica mirata e immediata, in cui l’animale non subisce stress prolungato. Un aspetto che viene spesso messo a confronto con le criticità degli allevamenti intensivi, responsabili di una quota significativa delle emissioni globali di gas serra e di un elevato consumo di risorse idriche. Studi recenti mostrano inoltre come la carne di cervo ottenuta tramite caccia di selezione produca meno CO₂ equivalente rispetto a molte carni di allevamento.
La selvaggina, ricordano i tecnici, rappresenta una risorsa ancora poco valorizzata. Per secoli è stata considerata una carne di eccellenza, sana e nutriente. Oggi potrebbe tornare a esserlo, a patto di essere inserita in un sistema di gestione rigoroso e scientificamente regolato. Nonostante ciò, l’Italia continua a importare carne di selvaggina dall’estero, mentre Paesi confinanti hanno già sviluppato filiere strutturate.
Il Piano Faunistico Venatorio Regionale abruzzese evidenzia inoltre come l’eccessiva densità di cervi possa mettere a rischio anche altre specie vulnerabili, come il camoscio appenninico, aumentando la competizione per le risorse e la mortalità giovanile. La gestione attiva delle popolazioni di cervo diventa quindi non solo una necessità economica e di sicurezza, ma anche uno strumento fondamentale per la tutela della biodiversità.
Nel 2024 autorevoli esponenti del mondo scientifico hanno sottoscritto un manifesto a sostegno di una gestione responsabile e basata su evidenze scientifiche delle popolazioni di cervo. Un appello che invita a non farsi guidare dal solo consenso emotivo, ma da dati oggettivi e valutazioni tecniche, soprattutto in una regione dove gli agricoltori sono allo stremo, gli incidenti stradali aumentano e il rischio è quello di compromettere anche la conservazione di specie simbolo del territorio, come il camoscio appenninico e l’orso bruno marsicano.
A firmare il documento è anche Franco Recchia, biologo e tecnico faunistico, che ribadisce come la gestione del cervo in Abruzzo non sia più rinviabile. Una scelta che, conclude, riguarda insieme sicurezza, economia agricola, tutela degli ecosistemi e un’idea di sostenibilità fondata sulla scienza, non sulle emozioni.



