MASSIMO PROSPEROCOCCO. IL 2025: PERDITA DELLA FIDUCIA PER UNA COERENZA SPEZZATA
L’AQUILA – Se c’è una parola che racconta L’Aquila alla fine del 2025, è fiducia.
O meglio: la sua assenza.
Perché la fiducia non si costruisce con gli slogan, con i render o con le dichiarazioni. La fiducia nasce dalla coerenza tra ciò che si promette e ciò che si realizza. E oggi, a L’Aquila, quella coerenza si è spezzata.
Diciassette anni dopo il terremoto, la fiducia e la speranza nel futuro, nei processi decisionali e nella visione politica locale è profondamente compromessa. La città non è ferma, ma non sta andando da nessuna parte. Avanza per inerzia, non per visione. Le decisioni arrivano dall’alto, a macchia di leopardo, incomprensibili, spesso senza spiegazioni e sbagliate, quasi mai attraverso un confronto reale. Il messaggio implicito è chiaro: qui comando Io! Vi dovete fidare! Anche quando non c’è motivo per farlo.
Il punto più grave di questa rottura passa anche dalle scuole.
A diciassette anni dal sisma, molte non sono ancora state ricostruite. 3.500 bambini e bambine continuano a studiare nei MUSP. Non è una difficoltà tecnica, non è una fatalità, non è colpa del destino. È una responsabilità politica precisa, stratificata nel tempo, mai davvero assunta.
E questo accade mentre L’Aquila si prepara a essere Capitale italiana della Cultura 2026. Una contraddizione che non può più essere nascosta.
Perché le scuole non sono un capitolo secondario: sono cultura, sono futuro, sono ricostruzione sociale. Senza scuole non c’è cultura. Senza cultura non c’è città. Continuare a celebrarsi mentre si tengono migliaia di bambini in strutture provvisorie significa aver perso il senso delle priorità.
La fiducia si distrugge anche attraverso una narrazione a volte fiabesca a volte tossica: polemiche costruite per generare rabbia, indignazioni cicliche che durano lo spazio di un post, scontri verbali che producono visibilità ma nessun cambiamento reale. È una strategia precisa: spostare l’attenzione dal merito delle scelte al rumore del dibattito. Intanto i problemi strutturali restano lì, immutati: qualità della vita mediocre, ricostruzione sociale fragile, disabilità trattata ancora come emergenza e non come diritto, e mi fermo qui.
Si parla di partecipazione, ma spesso è solo una messa in scena. Tavoli, incontri, consultazioni che servono a legittimare decisioni già prese. Le persone vengono coinvolte quando serve consenso, non quando si decide davvero. Questo non è ascolto: è una vergogna. E ogni volta che accade, la fiducia si consuma un po’ di più.
Il modello di città che emerge è altrettanto esplicito: fintamente ordinato, fintamente ripulito, fintamente efficiente. Quello che resta è il vuoto. Un centro storico che non costruisce comunità, che non genera relazioni, che respinge invece di accogliere. Una città ridotta a scenografia, pensata più per essere mostrata che vissuta. Ma una città non è un rendering, non è un algoritmo, non è una procedura amministrativa. Senza relazioni e reti sociali, è solo un contenitore.
Le contraddizioni quotidiane lo dimostrano:
un traffico quasi ingestibile per una città di 60–70 mila abitanti;
uno spazio urbano che non produce buona vicinanza né senso di appartenenza;
un centro che funziona a intermittenza, vivo solo quando serve esibirlo.
Poi esibire che? Piazza Duomo?
E in ultimo, ma non ultimo: l’abbandono dei quartieri e delle frazioni.
E allora no, non basta trasformare L’Aquila in un palcoscenico per qualche settimana l’anno. Eventi, luci, spettacoli solo per abusare della parola rinascita. È solo panem et circenses: intrattenimento usato per coprire il vuoto, non per colmarlo. Una strategia antica quanto il potere, ma sempre efficace quando si rinuncia al confronto sulla sostanza.
Eppure la città non è solo questo. Resistono reti sociali, volontariato, pratiche di inclusione costruite dal basso, spesso in silenzio, imprenditori che non mollano. Ma questa resistenza non può diventare un alibi per chi governa. La tenuta civile dei cittadini non può sostituire le responsabilità pubbliche. La fiducia non può poggiare sull’eroismo quotidiano di chi vuole una città migliore.
Se dopo diciassette anni siamo ancora qui, costretti a spiegare che le scuole sono cultura, che l’accessibilità è civiltà, che i diritti non sono concessioni, allora il problema non è la complessità: è chiaramente la volontà politica.
L’Aquila non merita panem et circenses, tutti noi non lo meritiamo.
Merita scelte chiare.
Merita responsabilità assunte.
Merita una visione coraggiosa che non abbia paura del futuro.
Perché una città può anche restare in piedi.
Ma se perde la fiducia dei suoi cittadini, smette di essere una comunità.
E diventa solo un luogo di passaggio.
Ed è esattamente questo il rischio che stiamo correndo oggi, con le nuove generazioni aquilane e con Pescara sempre più in crescita e L’Aquila sempre più marginale.
Io non ci sto, e sinceramente dovremmo gridarlo tutti insieme.




