LU CAPERANNE ‘NCHE LE VOINE DE VENCIONZE I… DE PRATELE
Lu caperanne ‘nche le voine de Vencionze i…
de Pratele.
di Ennio Bellucci
Vencionze è n’umacchiaune avete
i gruosse. Fa ‘na fraiche de cause:
fatojje, studie,scroive libbre i s’enteresse de fa restaura’ i monumente chiu’ ‘mportante de lu paiaise. Però la cause che sa fa miojje
è le voine.
Pe’ Natale i Caperanne
m’ha purtate du’ buttijje
de voine rusce.Pute’ fa de chiu’ …
pero’….
Rusce, ‘nu culaure che me piace asse’ .
Rusce come le sangue,lu feuche i culeure
de lu Natale i de l’amecizie,
chela serie i paddavaire.
I sci’, perche’ la cumpagnoie i
l’amecizie che ne po’ venojje fore,
so’ cause belle, vaire ardente i forte
come a lu feuche!
Lu Barole , lu Brunelle, lu Sagrantine, l’Amarone,
lu Chianti, lu Barbaresche, lu Sangiovese …
che te lu freca’ !…
‘Nu biolle bicchioire nicchie,nicchie
de voine rusce de
Montepulciane de Pratele i…
‘ncheule a che te,ce vole male!
I soprattutte alla saluta majje,
de i cumpegne mojje,
alla saluta vostre,
de tutte lu munne intere:
bienche, rusce,gialle i nere,
i de Vencionze che da
‘na racceppele ha fatte
‘nu capolavore.
” Le voine de Pratele eve
i è le voine de Pratele!”
Bon Caperanne !
N’augurie,fatte ‘che lu core,
che vale
pe’tutte l’uanne.



Grazie questo è da Nobel. Con un altro assaggio lo meriti tu e il vino prodotto squisito del nos paese valorizzato da pochi. Complimenti sei un ottimo intenditore. Hai un palato per la degustazione di qualità ciao
……..”lu caperanne” è una cosa seria…..come lo era ed è il vino di Pratola….un tempo molto rinomato ed apprezzato….di recente sta provando a tornare protagonista ….e in alcuni casi ci riesce. Una poesia beneagurante per il ” nostro” rosso e per tutti noi….Grazie,bravo Ennio buon anno a Te …….continua con quesa tua ispirata vena poetica a valorizzare il nostro paese,la nostra valle come facevi bene quando eri alla Rai….
AUGURI…..!!!!
Parole belle e gioviali: il vino è da sempre associato alla gioia, all’amicizia, allo stare bene insieme: sono gli acini, stretti e uniti che riescono a dare un prodotto/ risultato speciale, come ,appunto, le belle amicizie. Bravo Ennio.
Bellissima poesia…..
Stamane a Pratola,
a lu paes mojj,un buon caffe’
sorseggiato in compagnia ed in amicizia con Ennio,vale oro,come il sorseggiare il nostro
MONTEPULCIANO D’ABRUZZO.
Grazie Ennio,
il tuo talento non ha confini,
grazie di esistere.
Con stima,da sempre.
“Le voine de Vencionze”
Non è solo vino, è voce.
Voce di Pratola, di chi ha zappato e cantato,
di chi ha atteso la neve e acceso il camino.
È rosso che racconta,
che sa di storia, di grappoli stretti tra le dita,
di botti che sanno aspettare.
“Le voine de Vencionze”, Montepulciano d’Abruzzo, ottimo non solo per qualità,
ma per ciò che custodisce:
la voce della terra,
la dignità del lavoro,
la bellezza di una cultura che non si piega,
ma si tramanda — in dialetto, in poesia, in ogni brindisi sincero.
E a Capodanno,
quando l’anno vecchio si fa ombra
e quello nuovo ancora non ha nome,
quel vino diventa ponte:
tra chi c’era e chi verrà,
tra chi resta e chi sogna.
C’è un poeta, Ennio Bellucci,
che con la forza gentile del dialetto
fa fiorire la memoria,
e ci ricorda, ancora una volta, che coltivare la lingua dei padri
è un atto d’amore,
è tenere accesa la brace sotto la cenere.
Perché il dialetto non è passato,
è radice che parla,
è cultura che cammina a piedi nudi,
tra le case, le feste, le stagioni.
E allora sì, brindiamo.
Con “le voine de Vencionze”
che non è solo vino,
ma memoria che scalda,
e futuro che sorride.
Grazie Ennio!
Leggendo la poesia di Ennio Bellucci, dove il vino è presenza viva e concreta e il Natale affiora con il suo colore rosso, mi sono accorto che alcune immagini dello scritto hanno risvegliato in me un’associazione ancora più profonda con questo periodo dell’anno, anche perché questi versi vengono pubblicati proprio nel mezzo delle festività.
Quel modo di evocare il vino come compagno di gesti antichi, custode di memorie e di intimità, mi ha riportato alla stessa dimensione essenziale che ritrovo nelle feste di dicembre, quando l’umano sembra farsi più vero e più vicino alla riconciliazione con se stesso e con l’altro.
E quando Bellucci scrive «lu tiempo se ferma ’n mezzo a ’na parola», sento che quel tempo sospeso è lo stesso che si crea attorno a un bicchiere condiviso, quando il vino diventa un piccolo rito.
Naturalmente si tratta di una mia risonanza, che a me stesso diventa preziosa perché mi ricorda quanto questi simboli – il vino, il Natale, la lingua che si fa dialetto – appartengano alla nostra cultura più profonda, quella che resiste anche quando tutto sembra volerla ridurre all’interno di normative… (qui ognuno sostituisca i puntini con uno o più aggettivi che ritiene più opportuni).
Ma tornando alla poesia, devo dire che mi stimola a un allargamento dei pensieri, come accade spesso con gli scritti del nostro poeta. Pur parlando fondamentalmente del vino, questi versi riescono a riposizionare al centro i segni che ci hanno formato e che, a mio parere, vale la pena custodire.
E poi Vincenzo, che certo non viene secondo nello scritto, non è solo un personaggio la presenza tranquilla di chi non ha bisogno di mettersi al centro per esserci davvero.
Vincenzo è l’uomo dagli interessi multiformi, colui che soprattutto sa trasformare il vino in un gesto d’amore verso la sua terra.
Le sue mani grandi, la sapienza antica, la generosità di chi porta due bottiglie come pezzo della propria storia, e quel «’na racceppele ha fatte ’nu capolavore» raccontano un modo di vivere semplice e profondo.
Vincenzo diventa così il custode di una tradizione che continua a dare senso ai nostri gesti, alla nostra storia.
Il vino, nella poesia, non è solo un tema, ma un ponte tra le persone, un modo di dire “ci sono” senza bisogno di troppe parole.
Ancora grazie a Ennio Bellucci, e naturalmente a Vincenzo.
* Gaetano Villani. Vincenzo, il vino rosso pratolano, l’amicizia, la gioia di ricevere due bottiglie. Uno spaccato di vita quotidiana della Pratola tanto cara a Ennio Bellucci, l’inesauribile. * già presidente del Consiglio Comunale di Manoppello.
sebbene non sia un esperto della linguistica nè, tantomeno, della lingua pratolana, da ciò che sono riuscito a comprendere, mi permetto di fare qualche considerazione. La delicatezza dei versi, incentrati su l’omone Vincenzo, trasmettono un passato che vuole sopravvivere. Il vino abbastanza dimenticato di cui, lui, s’impegna a conservare la conoscenza; il colore rosso che dà un senso di calore e che riannoda i ricordi familiari e le amicizie, soprattutto durante le festività natalizie e di fine anno; l’aspettativa gioiosa di riceverne alcune bottiglie, con il desiderio, scherzoso, di averne qualche altra, ovvero un modo per prolungare il bel tempo della rimembranza; ed altro ancora, appaiono come un voler
riavvolgere il nastro fino alla propria fanciullezza e alla gioventù trascorsa. Insomma, diviene la memoria inconscia di come si è srotolata la propria esistenza: un vissuto gradevole che si ha voglia di tramandare, perché il futuro senza il tempo passato si ridurrebbe solo al presente.
Mi scuso con Ennio, che ringrazio cordialmente
Una poesia che ci accompagna in un brindisi collettivo dedicato alla vita semplice e autentica. Un piccolo inno popolare che scalda il cuore come un bicchiere di vino, rigorosamente Pratolano, in buona compagnia
Questi versi dialettali sono un brindisi che diventa memoria. Nel dialetto vivo e mai nostalgico di Ennio Bellucci il vino non è solo vino, ma legame, attesa, amicizia che scalda come il fuoco nelle sere d’inverno. “Le voine de Vencionze” raccontano una Pratola autentica, fatta di mani grandi, gesti semplici e orgoglio silenzioso. È una scrittura che non descrive soltanto: custodisce. E nel farlo ci ricorda che le radici non servono a restare fermi, ma a dare forza al futuro. Grazie per questo dono di parole che sanno di casa.