CARO GESÙ, FAMMI RICONOSCERE LA MERAVIGLIA DI ESISTERE
Caro Gesù Bambino,
dal silenzio di un’epoca che non ha più voglia di rivolgersi a Te, ho deciso di riprendere a scriverTi.
Sono lontani gli anni sessanta quando Ti scrivevo: sulla mia mano sinistra che, da mancino, copriva le parole appena scritte, i fregi dorati lasciavano frammenti di porporina dorata ed argentata.
Quei fregi incorniciavano un’illusione di cielo, piena di turchino turchese e gravido di Te.
Non ho mai dubitato che tu fossi presente e vivissimo per me. Una presenza con un che di prodigioso e portentoso ma vero e reale. Un vero e reale che la ragione del bambino viveva come un mondo parallelo, soprannaturale ma presentissimo, tangibile corporeo.
Quelle letterine erano i pensieri che un bambino rivolgeva a un Bambino. Richieste di protezione, di fortune sui suoi cari e su di sé, promesse rituali di bontà, impegni definitivi di dolcezza.
Bambino Gesù eri invocato più come osservatore e garante del mio amore verso i genitori che come diretto destinatario delle innocenti, brevissime frasi ingenue ed inesperte. Ti intendevo e concepivocome presenza discreta, riservata del cui rapporto ero gelosissimo. Un contatto vicino seppur remotissimo, una specie super Angelo Custode che mi indirizzava ed invogliava alla Grazia dei pensieri e delle azioni, dirigendomi e guidandomi sula strada della vita buona.
Ho sempre preferito, anche oggi, Te a quell’obeso barbuto e canuto di Babbo Natale: questo trafficante, che arrabatta ed affanna in oggetti materiali, mentre Tu hai sempre avuto a che fare con il mio spirito, le mie confessioni della mia più segreta intimità.
Non ho mai smesso di rivolgermi a Te ed all’Angelo custode, sebbene abbia oggi una rapporto di confidenza con Maria Tua madre. Da tempo mi sono affidato al silenzio cercandoTi non altrove, ma in me stesso, a volte riconoscendoti nei miei astratti e disincarnati principi. Sfiducia? Dubbio? forse per discrezione. E come se non volessi importunare i Cieli con le piccole cose del miomondo, che sembrano grandi solo a noi che le viviamo e che siamo piccoli, anche a sessant’anni passati. Non me la sento di scomodare, distrarre ed importunare Dio per le minuzie vicende del mio quotidiano, fossero anche le più dolorose non me la sento di invocare nientemeno che il Figlio di Dio.
Per tanti anni, Gesù, nelle mie lettere Ti chiedevo insistentemente e delicatamente soprattutto una cosa, che era la mia infantile ossessione e tale è rimasta negli anni: dar vita serena e robusta salute a papà e mamma. E la mia ossessione era pensare al loro futuro, alla loro vecchiaia, alla loro morte. Immaginavo i miei vent’anni, poi i miei trent’anni, e poi i quaranta e la loro corrispondente età, e poi i miei sessanta paragonati ai loro ottanta passati, e facendo questi conti mi demoralizzavo, ma sempre speravo di averli nella mia età matura e di questo ti scrivevo ingenuamente.
Nei miei occhi e nelle mie riflessioni di bambino c’era soprattutto il traguardo del Duemila, che temevo privato dei miei genitori. E invece abbiamo superato abbondantemente quel traguardo avendo avuto la felicità di passare tanti altri Tuoi compleanni tutti insieme:mamma papà, figli, nipoti il presepe le candele accese, il canto Tu scendi dalle stelle.
Il rito del Natale Tuo –che diventava il Nostro- c’illuminava d’incanto. Quel buio delle stanza inabitate punteggiato dalle luci intermittenti, della cometa sulla grotta del presepe. Quella confusione domestica di nonni, padri e figli, zii e zie in un albero genealogico vivente, quelle voci che mi parlano ancora come vere, le stanze, di una casa ormai vuota visitate in una luce piccola e speciale. Lucine che donavano un alone di magia alle cose consuete, quella famiglia intera che docilmente interrompeva il travaglio quotidiano per onorare Te: il Bambinello.
Mi parve di assistere ad un Tuo miracolo quella mezzanotte del Duemila quando mamma con una carezza fece gli auguri a papà: pensai, io che temevo per il Duemila, li ho avuti per la tua volontà con mete nel giro di boa millenario. Vecchi, un po’ malandati, ma vivi e presenti nel corpo e nella mente.
Tu esaudisti quella promessa e io Ti sorrisi di gratitudine quella notte.
Ora che ho perso da alcuni anni sia mio padre che mia madre, penso a quel miracolo ed al mio viaggio lento e fatale nelle stanze buie della mia avventura umana.
Le letterine a Gesù Bambino sono sempre questuanti: chiedono sempre qualcosa sibi et suis oppure urbi et orbi. Di solito le lettere pubbliche invocano la pace e l’amore nel mondo, quelle private si occupano della salute per la famiglia.
A me, oggi, basterebbe confermare la consapevolezza che non siamo soli, che il mondo non finisce qui, che la vita non è tutta qui. Che non dobbiamo giocarci la Vita come un’occasione golosa e appetitosa, in primis perché la che devo vivere è la mia sola vita e poi , sono convinto, che non sia vero che una volta finita, più oltre, non c’è nulla: a chi avrei scritto, allora le mie letterine giovanili? Nella convinzione che la perfezione non è di questo mondo e la salvezza, in fondo, non appartiene alla storia oggi non Ti chiedo di migliorare le cose della vita e del mondo, non Ti chiedo quel che tutti vorremmo chiederTi in salute, gioie, ricchezze, successi.
Le strade del tempo non portano all’eternità; al più ne sono un profezia, o come disse Platone, “l’immagine mobile dell’eterno”:l’immagine, non la via. Piuttosto Gesù aiutami a dare un senso, una prospettiva al mio esistere. A farmi capire che non siamo all’ultima spiaggia, oltre la quale c’è il il Caos primordiale.
Caro Gesù, rinnova in noi o stupore del Sacro. Fai rinascere in me lo stupore infantile: tu che sei Il Bambino, fa riconoscere a me ed ai miei concittadini la meraviglia di esistere, di comprendere e di conoscere che c’è un’altra dimensione oltre quella dell’ Hic et Nunc. Aiutaci a capire che la Vita non finisce qui, che non è tutta compresa in questi nostri corpi, in queste membra temporali e mondane; che esistono segrete vie oltre il vivere, il fare, il correre e l’affannarsi.
Per questo in questa letterina, senza porporina, senza cielo turchese Ti chiedo una mano -la tua manina benedicente– per attenuare la mia disperazione quotidiana per la nostra vita sovrabbondante di cose poco utili ma non fondata sui valori e sui principi: interiormente sconfortata ed angosciata, affollata di fatue distrazioni ma priva di senso escatologico, costruita per il male di vivere pur vivendo meglio di ogni generazione passata.
Aiuta me ed i miei concittadini, se non a rinascere, almeno a non morire prima di morire.
Caro Bambinello, Gesù, Cristo, caro figlio di Dio, dammi speranza.
ELPIS.




Molto toccante!
Parole che ricordano un tempo che non c’è più.
Un tempo che si apriva con entusiasmo e speranza verso il futuro.
Un tempo che immaginava mamma e papà invecchiare restando sempre con noi.
Purtroppo quel tempo era solo il sogno del cuore puro e dell’anima ingenua di una bambina.
Un tempo che non tornerà più.
(Ringrazio chi ha scritto per aver toccato profondamente il mio cuore).
Buon Natale