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SANITÀ ITALIANA: IL CROLLO SILENZIOSO DI UN DIRITTO UNIVERSALE

A cura del prof. Maurizio Proietti

Dopo aver letto i miei ultimi articoli sulla sanità, e quanto affermato dall’assessore Verì (1)qualche lettore mi ha chiesto di restare sull’argomento, per approfondire un tema che tocca da vicino la vita quotidiana di milioni di persone.

Non è facile scrivere di sanità senza cadere nella rassegnazione o nella rabbia. Ma chiunque abbia messo piede in un pronto soccorso negli ultimi anni, chiunque abbia aspettato mesi per una visita, per un esame istologico o abbia visto un familiare rinunciare a curarsi, sa che qualcosa si è rotto. Si avverte un disagio crescente di un Paese che sembra aver accettato l’idea che la salute non sia più un diritto universale, ma un privilegio per pochi. Non ci servono altri slogan, ma il coraggio di guardare in faccia la realtà.

In Italia, c’è un’emergenza che non fa rumore, ma che tutti conoscono. È l’emergenza di chi aspetta mesi per un esame, di chi rinuncia a curarsi perché non può permetterselo, di chi lavora in ospedale con turni massacranti e stipendi inadeguati. Si chiama sanità.

E mentre il Paese discute di baby gang, maranza e simboli identitari, chi ci governa sembra guardare altrove, come se fosse diventato normale accettare che curarsi sia ormai un lusso.

I casi del San Raffaele di Milano e del Sant’Eugenio di Roma parlano chiaro: anche strutture considerate eccellenze mostrano oggi segni evidenti di crisi. Non si tratta di piccoli ospedali di provincia, ma di nomi che fino a ieri erano sinonimo di affidabilità e prestigio. Se le crepe emergono proprio lì, è inevitabile chiedersi cosa accada nel resto del sistema. Pronto soccorso sovraffollati, medici esausti, infermieri costretti a tenere in piedi reparti interi con risorse sempre più scarse non sono più eccezioni. Al San Raffaele la situazione ha messo in luce una carenza strutturale di personale medico e infermieristico, che spinge gli ospedali a ricorrere a cooperative e appalti esterni, spesso basati su lavoro precario, sottopagato o insufficiente sul piano formativo. In vent’anni il sistema ha perso circa 180 mila professionisti tra medici e infermieri: non un semplice dato statistico, ma una vera emorragia. Quando mancano le persone, aumentano i turni massacranti, cresce il rischio di errore e l’idea stessa di “eccellenza” perde significato.

Le dimissioni del CEO del San Raffaele, dopo gravi errori nella gestione delle terapie intensive, dimostrano che neppure gli ospedali più celebrati sono immuni da falle organizzative. L’arresto di un primario romano, al centro di un presunto sistema di mazzette, ricorda invece che la corruzione può insinuarsi proprio nei luoghi in cui i cittadini dovrebbero trovare trasparenza, equità e protezione.

Parallelamente, lo scandalo che ha investito il Sant’Eugenio mostra quanto possa degenerare il rapporto tra pubblico e privato. In un ospedale pubblico, indagini su presunte tangenti e favoritismi rivelano quanto sia sottile il confine tra tutela della salute e interessi economici. È in questo spazio che l’ideale di una sanità universale si incrina e scivola verso un sistema a doppia corsia: da un lato chi può permettersi assicurazioni e canali privilegiati, dall’altro chi resta intrappolato in liste d’attesa sempre più lunghe.  

Non sono casi isolati da archiviare in fretta, ma sono la punta dell’iceberg di un sistema che scricchiola. I numeri lo rendono ancora più evidente: sei milioni di italiani, in un solo anno, hanno rinunciato a curarsi per motivi economici, per tempi d’attesa troppo lunghi, o per mancanza di accesso ai servizi.

La spesa sanitaria privata delle famiglie ha superato i 40 miliardi di euro, spesso pagati di tasca propria per aggirare tempi impossibili. È un paradosso crudele perché più il pubblico si indebolisce, più il privato prospera. E in mezzo, una politica che raramente mette la sanità al centro dell’agenda. Dopo una pandemia che avrebbe dovuto insegnarci quanto sia essenziale un sistema sanitario forte, il dibattito pubblico è tornato a occuparsi d’altro.

Forse è più comodo parlare di sicurezza, di simboli, di identità. Ma la sanità non chiede slogan,chiede visione, responsabilità e investimenti. E forse è proprio per questo che fa così paura, perché non porta applausi immediati, ma solo lavoro duro.

E allora la domanda diventa inevitabile: davvero chi ci governa non si accorge di tutto questo?

Davvero nessuno sente il dovere di fermarsi e dire basta, così non si può andare avanti?

Intanto, milioni di persone aspettano. Aspettano una visita, un esame, un segnale. Alcune rinunciano. Altre si indebitano. Tutti, in silenzio, si adattano.

E mentre la sanità pubblica perde pezzi, mentre il privato cresce sulla spinta della disperazione, il “grande malato” peggiora. Ma non è solo il sistema sanitario a essere in pericolo. È l’idea stessa di un Paese che si prende cura dei suoi cittadini.

Curare la sanità, oggi, non è un tema tecnico: è una scelta di civiltà.

Dopo l’inquietante affermazione del Ministro della Salute in Parlamento: «Non possiamo promettere sempre tutto a tutti, ma garantire l’essenziale a chi ne ha più bisogno», arrivano leparole dell’assessore alla sanità della Regione Abruzzo, Nicoletta Verì. Intervenendo in Commissione Bilancio, ha parlato di costi crescenti, di difficoltà gestionali e della necessità di “ridefinire le priorità”. Ha rassicurato sul fatto che non verranno chiusi servizi, ma ha ammesso che servono scelte condivise per rientrare nei limiti finanziari.

Sono parole equilibrate, e non si può negare che chi gestisce la sanità regionale si trovi ogni giorno stretto tra vincoli di bilancio e bisogni reali delle persone, ma quando si parla di “ridefinire le priorità” senza spiegare quali saranno, viene spontaneo chiedersi: chi decide cosa è davvero prioritario? E sulla base di quali criteri?

L’intervento dell’assessore Verì è, si, equilibrato e istituzionalmente corretto, ma manca di trasparenza e coraggio politico. Serve più chiarezza su:

quali servizi si intendono salvaguardare davvero,
quali saranno sacrificati o trasformati,
come si intende coinvolgere il cittadino nel processo decisionale.

Ancora una volta, sembra che la politica sanitaria, sia a livello regionale che nazionale, faccia fatica ad affrontare il cuore del problema: non basta dire che non si chiuderà nulla, se poi si lascia che i servizi si svuotino da soli per mancanza di personale o per attese incompatibili con la vita di chi soffre.

Il rischio è sempre lo stesso: che si risponda all’emergenza con parole prudenti, ma senza la trasparenza e il coraggio necessari a riconoscere che il sistema sta perdendo pezzi. E mentre la politica discute, le persone continuano ad aspettare.

Un ultima valutazione personale, che non ha la pretesa di essere una indicazione: oggi con la tecnologia avanzata delle reti viaggiano le informazioni e non le persone; è sufficiente collegarsi con un PC e far refertare, ad esempio, un esame istologico o un esame radiografico anche in USA, in Australia… ovunque ci siano medici preparati e in numero adeguato. Basta pensarci, in fondo non è difficile!

(1) https://www.reteabruzzo.com/2025/12/11/sanita-veri-in-commissione-bilancio-costi-in-aumento-servono-scelte-condivise-non-chiudiamo-servizi-ma-servono-priorita/

Un commento su “SANITÀ ITALIANA: IL CROLLO SILENZIOSO DI UN DIRITTO UNIVERSALE

  • Rosanna Sebastiani

    Mettici anche che dopo averti tolto un cancro ti dicono che non hai bisogno di chemio e ti ritrovi dopo due anni in mano a cristo.

    Risposta

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