Cronaca L'AquilaCulturaIn-Evidenza L'Aquila

RESTAURARE IL SOCIALE E’ NON IMPORRE ARCHITETTURE ASTRATTE MA SEGUIRE LE ORME UMANE

di Stefano CardelliĀ 
L’AQUILA – Spazi pubblici e “rammendo sociale”, come l’architettura potrebbe servire la comunitĆ , invece di imporsi su di essa.
Se accettiamo che “gli animali non abbandonano mai le loro piste”, allora la ricostruzione degli spazi comuni non può essere un esercizio di stile su un foglio bianco.
Deve essere un’opera di archeologia sentimentale.
L’Aquila, come molte cittĆ  storiche, viveva di cortili. Il cortile ĆØ uno spazio ibrido: non ĆØ più casa, ma non ĆØ ancora cittĆ . ƈ il luogo del controllo sociale benevolo, dove gli anziani guardano i bambini giocare, dove il bisogno del singolo viene intercettato dal vicino prima che diventi emergenza.
Restaurare il sociale significa ricostruire cortili che invitino alla sosta, non corridoi di passaggio. Significa progettare spazi che obblighino gentilmente le persone a incrociarsi, a salutarsi.
In urbanistica si chiamano “linee di desiderio”: sono i percorsi che le persone scelgono istintivamente, ignorando spesso i marciapiedi disegnati dagli architetti.
Un restauro consapevole osserva dove la gente vuole camminare.
All’Aquila, il Corso non era solo una via di transito, era un rito. Ricostruire i muri del Corso senza pensare a cosa rendeva quel rito possibile (i portici per la pioggia, la larghezza che permetteva di fermarsi a parlare senza bloccare il flusso, le vetrine illuminate) significa creare una scenografia vuota.
Il rammendo deve ridare ai cittadini le loro “piste” storiche, perchĆ© ĆØ lƬ che si sentono sicuri.
Spesso chi ricostruisce ha l’ansia di “riempire”. Mette panchine di design, fioriere enormi, monumenti.
Ma l’artigiano sa che la piazza serve soprattutto come vuoto. ƈ il palco dove la comunitĆ  si mette in scena.
Per restaurare l’organizzazione sociale, le piazze non devono essere definite da funzioni rigide (“qui giochi”, “qui ti siedi”). Devono essere spazi flessibili, pronti ad accogliere l’imprevisto: un mercato, un comizio, un concerto o il semplice silenzio.
ƈ nel vuoto della piazza che la comunitĆ  si conta e si riconosce: “Siamo ancora qui”.
Forse l’atto di governo più consapevole, un “passo indietro” , sta proprio nel dire: “Non disegniamo tutto noi. Lasciamo spazi ‘non finiti’, lasciamo margini che saranno gli abitanti a riempire con i loro nuovi rituali, ricalcando le vecchie piste.”
Camillo Sitte, nel suo capolavoro “L’arte di costruire le cittĆ ” (1889), usa un’immagine invernale molto poetica e pragmatica per spiegare dove dovrebbero essere collocati i monumenti o le fontane in una piazza.
Sitte osservava il comportamento dei bambini (e della gente comune) dopo una nevicata. Notava che i bambini, quando costruiscono un pupazzo di neve , non lo piazzano mai nel centro geometrico esatto di uno spazio vuoto, come farebbe un ingegnere o un pianificatore moderno ossessionato dalla simmetria.
Al contrario, lo costruiscono
su un’isola di traffico naturale, in un punto dove i flussi di passaggio si incrociano ma lasciano un margine di respiro.
In posizioni “irregolari” che però risultano essere i veri centri focali della vita di quello spazio.
Cosa ci insegna per l’Aquila?
Sitte usava questo esempio per criticare l’urbanistica “a tavolino”, quella che disegna piazze perfette sulla carta ma gelide nella realtĆ .
I percorsi sulla neve sono la dimostrazione fisica di quelle che oggi chiamiamo “linee del desiderio”. Se osservi un parco innevato, vedrai che le impronte delle persone raramente seguono i vialetti asfaltati ad angolo retto. Le persone tagliano, curvano, vanno dritte verso la meta.
La neve svela la veritĆ  del movimento umano. Sitte ci dice che l’architettura non dovrebbe imporre una griglia, ma dovrebbe cristallizzare queste abitudini naturali.
Seguire la lezione di Sitte significherebbe non decidere a priori dove la gente dell’Aquila dovrĆ  incontrarsi, ma osservare dove “la neve ĆØ calpestata” (metaforicamente), ovvero dove le persone tendono giĆ  a fermarsi spontaneamente, e costruire lƬ attorno, proteggendo quei luoghi invece di cancellarli per far posto a geometrie astratte.
L’urbanistica vera ĆØ quella che ascolta le “piste”, non quella che le asfalta.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarĆ  pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *