ACQUE MMOCCHE (ACQUA IN BOCCA)
Acque mmocche
(Acqua in bocca)
di Ennio Bellucci
Eve ‘nu pomerigge de lu maise de luglie.
Une de chi chiu’ chelle i umere.
Neuu: Ughitte, Dinucce, Iojje, Luciane,
Renze i n’atra poche de giuvene
stavame a lu campitte de i priovete,
vicioine a ‘na funtanelle,sotte i tigli a pijje ‘nu poche de frische…
‘na bellezze!
Ughitte,sempre ‘nche la segarette mmocche
s’appigo’ a raccunta’
fette i fattariolle curieuse i sempeteche.
Neuu reravame, i ogni tante
se iavame a bbevere ‘nu
poche d’acqua fresche.
Chiecchiere,raccunte,resate
i chiecchiere…
A ‘nu ciorte punte Ughitte
ce recio’ :” Uajjio’, mo ve racconte
‘nu fatte che succero’ a eune de Pratele
però…me raccumanne…steteve zitte i mosche,
ne’ faciaite i pappaelle che le iaite
recenne a tutte quente…
“acque in mmocche”…avete capoite
bbeune…o no? ”
I s’appigo’ a raccunta’ …
:” ‘Na saire Peppine pe’
la schiavenarojje,ieve
camenenne …ioppeca,ioppeca
quande a ‘nu ciorte punte….
succero’….”
I Cuntenuo’ lu raccunte….
Se iemme a gere’ …
i ne’ veravame chiu’ Dinucce.
Ma ‘ndo è ioite quoile…!?
Ne’ ve staite a rammareca’, a preoccupa’,
ecchelue’ …ca ve’, è isse!
Quande s’avveceno’ ‘ndo
stavame tutte quente neuu,
veremme ca tene’
le uance abbuttate i gonfie,
come ‘na ciabbotte de ‘nu
macellare.
:”Dinu’ …che sci fatte,
perche’ se uance accusci’ abbotte!
Mo stive bbeune…”
Mamm….mmm…mmm…
Dinucce ne’ respere’ i ne’ pute’
parla’…
Allaure une de neuu…
I ro’ ‘na sellazzate…ue’…recio’
che tu sfiata’…aepre ‘sa vocche!
Isse…refiato’ i…sbutto’ .
Scio’ ‘na freca d’acque i…
finalmente…parlo’.
:” M’avete ritte …acque mmocche, i iojje caile hajje fatte!
Facevete capojje bbeune
quande parlaite.
Ne’ ve va bbone me nionte!
Acque mmocche…acque mmocche…
…imbe’…
iojje caile hai fatte,
Paperasce’…!
‘Mpareteve a parla’
proime de fa’ sfiata’
la ggente…
che se sta’ a fa
i chezze sojje!”
Il dialetto come archivio della memoria
Il significato narrativo della poesia di Ennio Bellucci ruota attorno al nucleo dell’identità comunitaria. Nell’insieme le sue liriche vernacolari costituiscono un piccolo poemetto etno-antropologico, che usa la musica del dialetto per riportarci al cuore della comunità tradizionale, dove per esempio il soprannome non era soltanto un vezzo linguistico, ma una vera e propria radiografia sociale.
Un grande sociologo tedesco, Ferdinand Tonnies (1855-1936), (credo non sia affatto sconosciuto a Ennio Bellucci) nel suo libro “Comunità e Società”, un classico degli studi sociologici, afferma che la Comunità è basata su legami naturali, affettivi e spontanei. È la forma propria dei piccoli gruppi: famiglia, villaggi, parentele, gruppi religiosi. Le reazioni sono calde, dirette, stabili; il senso di appartenenza è forte. La coesione deriva da valori condivisi e convissuti, dalla tradizione, da un’esperienza di vita comune. Gli individui non si rapportano l’un l’altro per il proprio “particulare”, ma si vuole il bene del gruppo perché quel gruppo coincide con la propria identità.
Ennio Bellucci con la sua poesia nel dialetto di Pratola Peligna, in pratica, traduce questi concetti nel linguaggio di questa comunità, ammesso che ancora vi si possano rintracciare le caratteristiche che la rendevano tale. Il tentativo narrativo è chiaro: riattualizzare, se non altro a livello di memoria, quei legami, forse perduti per sempre sotto i colpi di una società basata su rapporti contrattuali, razionali e impersonali. Dove le relazioni sono funzionali, temporanee, costruite in base a interessi individuali.
I testi delle liriche di Bellucci sono un omaggio alla cultura orale paesana, ai codici impliciti delle compagnie giovanili (“Acque mmocche”- Acqua in bocca), al valore della lingua come luogo d’identità. La comicità, mai forzata, nasce dal quotidiano e dal fluire quasi naturale del dialetto. L’eco di un tempo in cui bastava una fontanella, qualche risata e un malinteso per sentirsi vivi. È un omaggio affettuoso alla sua Pratola venato di malinconia. Una malinconia del tempo che è fuggito in cui la parola della gente era più forte di ogni forma di burocrazia e l’identità veniva cementata con la parola raccontata.
Ho parlato prima di “radiografia sociale” il riferimento è alla poesia “Le malenomene” (I soprannomi). In essa Bellucci mette in scena una domanda retorica, “Ma che so’ chisse? Miche stemme alla scole?” come a dire che l’elenco di cognomi sembra un appello scolastico, ma in realtà è un contro-appello. L sua poesia non chiama per cognome, ma per soprannome, secondo il codice autentico della comunità. La scuola è la modernità che usa codici convenzionali, i soprannomi sono la tradizione che non uniforma ma distingue. I soprannomi sono un inventario di volti, mestieri, tic, episodi della vita vissuta, tutto racchiuso in una sola parola efficace, spesso esilarante, comunque tale da entrare a pieno titolo nella memoria collettiva. La poesia di Ennio Bellucci, in conclusione, scritta nel dialetto di Pratola Peligna, è un affresco di comunità, memoria e oralità.
Stefano Pallotta
(Consigliere Nazionale Ordine dei Giornalisti)
….da Giovanni D’Alessandro ( Scrittore), riceviamo e pubblichiamo
“Mparéteve a parla’ ” 😁🧸 è un imperativo sempre valido, soprattutto nella conca peligna. In questi tuoi “ricordi” (reali o non reali) fabuloso-poetici ci stai facendo scoprire un aspetto forse non adeguatamente conosciuto della cultura peligna: quanto essa sia… gàrrula (non mi viene una più adeguata parola) / loquace/ compiaciuta, forse, della propria espressività e bellezza. Non è tale in altre parti d’Abruzzo: non nella Marsica, non nell’Aquilano, non nel Teramano – a mio avviso. Forse qualcosa di simile nel Pescarese, nella cultura dell’ ” Aua’…!” (ma senza la musica 🎶 peligna). Quindi, in forma poetica, la tua è anche una opera saggistica. Bravissimo!




Bravissimo Ennio,
con questo racconto, ci riconduci in un sol colpo agli anni ruggenti della nostra fanciullezza,non avevamo un bel niente, ma quei pochi giochi e le tante chiacchiere tra noi ragazzi,riempivamo le giornate intere e, che trascorrevamo sempre allegramente.
Il Dottor Pallotta,ha fatto una disamine del racconto e di come ti connetti tu nel raccontarlo con il nostro bel dialetto PRATOLANO,che meglio non si puo’.
COMPLIMENTI .
* Gaetano Villani. Ennio Bellucci, con questo mirabile componimento, ci fa rivivere, alla sua maniera, una riunione tra amici in un assolato pomeriggio estivo nella sua Pratola, all’ombra di alcuni profumati tigli, e vicini a una fontanella da dove sgorga acqua fresca. A turno ognuno racconta la sua storiella, qualcuna vera, ma altre inventate. Il racconto scorre veloce, dopo quella raccomandazione “acque mmocche” che Dinucce, fraintendendo, esegue alla lettera riempiendosi la bocca di acqua fin quasi a soffocare. Ennio, Dio benedica te e la tua inesauribile fantasia!!! * già presidente del consiglio comunale di Manoppello
…un quadretto comico con personaggi reali, schietti e sinceri che incarnavano ” un mondo” semplice ma puro…fatti di buoni,sani principi e sentimenti….
Ennio …ancora Grazie di cuore….
per quest tuffo nella memoria,nei ricordi piu’ belli e incancellabili.
sempre un piacere leggere di queste ” avventure” che succedevano nella nostra gioventù…e ricordare Padre Coluzzi , Ughitt….. è un emozione.. Grazie mille Ennio