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SANITÀ PUBBLICA, IL CONFINE SOTTILE TRA DIRITTO E FAVORE

https://epiprev.it/blog/come-sta-la-sanita/ma-ministro-che-ci-stai-

A cura del prof. Maurizio Proietti 

Quando “l’essenziale” diventa una parola pericolosa

«Non possiamo promettere sempre tutto a tutti, ma garantire l’essenziale a chi ne ha più bisogno».
La frase, pronunciata dal Ministro della Salute in Parlamento, è rimbalzata per qualche ora nelle cronache politiche, poi è scivolata via, inghiottita dal flusso delle notizie. Eppure, se la si guarda da vicino, racconta molto di più di un passaggio infelice o di una formula un po’ generica: indica una possibile svolta culturale nella concezione stessa di sanità pubblica.

Perché il punto non è soltanto la contabilità delle risorse. Il vero nodo è capire che cosa stiamo diventando come Paese quando iniziamo a parlare di “essenziale” invece che di “diritti”.

Dal diritto universale al “vedremo chi ha più bisogno”

Quando nel 1978 nacque il Servizio Sanitario Nazionale, l’Italia scelse un modello chiaro: la salute come diritto universale, finanziato dalla fiscalità generale. Un patto semplice, ossia tutti contribuiscono in base alle proprie possibilità economiche, tutti hanno diritto alle cure quando ne hanno bisogno.

In quella scelta c’era un’idea forte di società: nessuno deve essere escluso perché povero, anziano, fragile, nato nel posto “sbagliato”.

Parole come universalità, eguaglianza, solidarietà non erano slogan, ma criteri di progettazione del sistema.

Oggi la retorica dell’“essenziale” sposta l’asse. Se lo Stato si assume il compito di garantire solo ciò che ritiene “indispensabile” per “chi ne ha più bisogno”, il rischio è duplice:da un lato, ridurre il perimetro dei diritti; dall’altro, introdurre in modo strisciante una logica selettiva: alcuni vengono tutelati, altri si arrangiano.

È un cambio di paradigma silenzioso, che può passare quasi inosservato. Ma una volta interiorizzato, è difficile tornare indietro.

Anni di sottofinanziamento, non solo un problema di parole

Le parole, però, non nascono dal nulla. Arrivano dopo anni in cui la sanità pubblica è stata progressivamente schiacciata tra vincoli di bilancio e aumento dei bisogni di cura.

I segnali sono ormai familiari a chiunque abbia messo piede in un ambulatorio o in un pronto soccorso:

liste d’attesa che superano persino i dodici mesi per molte prestazioni;
pronto soccorso affollati, con barelle in corridoio;
personale medico e infermieristico logorato, che fugge verso il privato o l’estero;
territori sprovvisti di servizi di base, soprattutto nelle aree interne;
cittadini costretti a scegliere se pagare di tasca propria o rinunciare.

Di fronte a questo quadro, la tentazione di “ridurre le promesse” è forte. Ma qui sta il punto: stiamo correggendo gli sprechi o stiamo abbassando le aspettative su ciò che è garantito a tutti?

Il dilemma: organizzare meglio o garantire meno?

Che il sistema vada riorganizzato è fuori discussione. Nessuno sostiene che tutto funzioni bene, né che ogni euro speso in sanità sia speso nel modo migliore. Ma c’è una distinzione fondamentale che spesso viene sfumata:

una cosa è razionalizzare, riducendo inefficienze, potenziando la prevenzione, spostando il baricentro dall’ospedale al territorio. Una prevenzione che fino a qualche lustro fa funzionava perfettamente, tanto che eravamo i primi in prevenzione;
tutt’altra cosa è limitare il catalogo dei diritti, restringendo i livelli di assistenza o rendendo di fatto inaccessibili alcune prestazioni.

Dietro la parola “essenziale” possono nascondersi scelte molto concrete, ossia quali farmaci rimborsare, quali esami garantire in tempi adeguati, quali terapie includere nei Livelli Essenziali di Assistenza, quali servizi territoriali mantenere aperti.

Se il confine dell’“essenziale” si stringe, tutto ciò che resta fuori non scompare, ma semplicemente si sposta sul mercato. E, come sempre, il mercato ha una regola molto chiara, chi può pagare, ottiene; chi non può, aspetta o rinuncia.

Quando la sanità diventa fabbrica di disuguaglianze

L’Italia è già oggi un Paese segnato da forti differenze geografiche nell’accesso alle cure. In alcune regioni si ottiene una visita specialistica in poche settimane; in altre, quando va bene, si aspettano mesi. In alcuni territori i servizi territoriali sono una realtà, in altri restano una buona intenzione nei documenti. A questo si somma una crescita lenta ma costante della spesa sanitaria privata: visite a pagamento, polizze integrative, pacchetti diagnostici. Per molti, è l’unico modo per aggirare liste d’attesa e carenze strutturali.

Il rischio è chiaro: una sanità pubblica sempre più povera e residuale, affiancata da un settore privato sempre più forte, accessibile solo a chi ha le risorse. Un doppio binario dove la malattia pesa di più su chi ha meno, e il diritto alla salute scivola verso il rango di privilegio.

Un patto da riscrivere (o da difendere)

Rimettere al centro il Servizio Sanitario Nazionale non significa negare la realtà dei conti, né mitizzare un passato che era tutt’altro che perfetto. Significa piuttosto riconoscere che la sanità pubblica è una grande infrastruttura civile, paragonabile alla scuola, alla giustizia, alle reti di trasporto: qualcosa che definisce la qualità di una democrazia.

Investire in:

medicina territoriale e assistenza domiciliare;
prevenzione e diagnosi precoce;
cure per anziani, cronici e fragili;
personale stabile, formato e motivato;
tecnologie utili, non solo appariscenti

non è un lusso da tempi di vacche grasse. È il modo più concreto di difendere l’idea che la salute non si compra, si garantisce.

La domanda che resta

In fondo, la questione si può riassumere in una domanda semplice, ma decisiva:
che tipo di Paese vogliamo essere?

Uno in cui la sanità pubblica si limita a “garantire l’essenziale” a qualcuno, mentre gli altri si rivolgono al privato? O uno in cui, pur tra limiti e imperfezioni, la comunità continua a riconoscere nella salute un diritto di tutti, e non un favore concesso dall’alto?

La risposta non sta solo nei bilanci dello Stato, ma nel modo in cui accettiamo, o contestiamo, espressioni come quella del Ministro. Perché spesso il cambiamento comincia proprio lì: da una parola che passa inosservata, e che solo dopo ci accorgiamo quanto ha inciso.

4 commenti riguardo “SANITÀ PUBBLICA, IL CONFINE SOTTILE TRA DIRITTO E FAVORE

  • D’Alessandro Concezio

    Egr. Prof. Proietti,
    ho letto con grande interesse il Suo articolo sul servizio sanitario. L’ho trovato illuminante: un’analisi puntuale dei problemi e, soprattutto, una presentazione di soluzioni concrete e realistiche. Complimenti sinceri per la chiarezza, la competenza e la capacità di proporre idee che possono davvero migliorare il sistema. La ringrazio vivamente Dott. C. D’Alessandro

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  • Brugiardi

    Mi unisco al commento precedente per complimentarmi per l’analisi lucida e ahimè deprimente.
    Vale la pena leggerLa e di questi tempi, mi creda, non è poco!

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  • Analisi lucida, precisa e competente. Sarebbe utile un approfondimento alla luce delle esternazioni dei nostri politici abruzzesi, che ricalcano quelle del ministro dela sanità

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  • musichiere

    bene,tutto vero,ragione da vendere,e per la corruzione,per ll gare pilotate,per i macchinari sanitari superati,vecchi,obsoleti,per la centrale acquisti sanitari,per il numero sconsiderato di distretti,direzioni generali,direttori,presidenti,primari,ecc,ecc ? Purtroppo il popolino credulone applaude felice e festante il politico di turno,risaputo i tifosi tifano e basta,tantissimi gli amministratori indicati dai politicialtroni,tutti degli incapaci,inconcludenti,inutili agli scopi: amministrare come un buon padre di famiglia,che fare? Pedate bene assestate,Legalita’ diffusa per uscire dalla partitocrazia,e basta,o no?

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