12 DICEMBRE 1969. BOMBA NERA CONTRO LA SOCIETA’ NUOVA
LāItalia del ā69 non cammina: scalcia. Gli operai alzano il pugno, i giovani sputano sulla tradizione, le donne strappano il grembiule del focolare. Ć guerra dichiarata al vecchio mondo. Non si fugge dal faraone: lo si va a stanare.
Torino, Milano, Genova, Roma. Metalmeccanici della Fiat e della Pirelli, chimici della Montedison, camalli, ferrovieri, studenti. DignitĆ , tempo, salute, voce: non più solo salario. Ć guerra di posizione contro il sistema, un nuovo Biennio Rosso. Sessantotto, sessantanove. Il capitalismo non muore da solo: va sbucciato dallāinterno.
Nei sottoscala del Viminale, nei fondi neri dei servizi, dietro i vetri smerigliati dei consigli dāamministrazione si decide che troppa libertĆ fa male, troppa democrazia uccide lāordine. Serve paura, paura che giustifichi tutto. Si muovono agenti, relazioni, piani di contenimento.
E arriva. La paura. Vigliacca. La bomba nera.
12 dicembre 1969, Milano, Piazza Fontana. Banca Nazionale dellāAgricoltura. Ore 16:37. Il tempo si spezza. Diciassette morti. Titoli giĆ pronti: Ā«Sono stati gli anarchici!Ā»
Milano, 15 dicembre 1969. Le lancette strisciano verso mezzanotte. Questura di via Fatebenefratelli, quarto piano: luci accese, una finestra spalancata. Un uomo è volato giù. Un partigiano. Un anarchico. Giuseppe Pinelli.
Il giorno dopo, il Corriere della Sera serve il piatto caldo alla borghesia bene meneghina: Ā«Il funzionario Calabresi sospende lāinterrogatorio. Con Pinelli rimangono tre sottufficiali di polizia e un ufficiale dei carabinieri. Improvvisamente Pinelli compie un balzo felino verso la finestra e si lancia nel vuoto.Ā» āBalzo felinoā.
Certo. Come no. A dirlo ĆØ Marcello Guida, questore, lo stesso che sotto Mussolini dirige il confino di Ventotene, poi graziato, riciclato, pagato dalla Fiat per schedare operai. Sempre lui ad aprire la pista rossa.
Licia Pinelli, la vedova, non teme di dirla nuda e cruda: Giuseppe ĆØ crollato dopo un colpo secco alla faccia, preso nella colluttazione con i poliziotti. Lo danno per morto. Lo sollevano, lo spingono oltre il davanzale, poi gridano al āsuicidioā.
27 ottobre 1975. Il giudice Gerardo DāAmbrosio archivia. Non suicidio. Non omicidio. āMalore attivo.ā Una nuova categoria penale, pronunciata per la prima e ultima volta nella storia della giurisprudenza: una vertigine che ti prende, ti fa girare, ti lancia nel vuoto come un acrobata fallito. La perla del magistrato: Ā«Pinelli accende una sigaretta, lāaria ĆØ pesante, apre la finestra per respirare, viene colto da improvvisa vertigine, compie un atto di difesa in direzione sbagliata: il corpo ruota e precipita nel vuoto.Ā» CosƬ la Repubblica borghese si lava la coscienza con lāacqua di colonia.
Risultato? Tutti assolti. Tutti promossi. Calabresi, Allegra, Panessa, Lo Grano, Mucilli: tutti a casa con la divisa stirata e una pacca sulla spalla. «Bravi ragazzi, avanti il prossimo.»
Giuseppe Pinelli aveva quarantun anni. Frenatore allo scalo merci di Porta Garibaldi, staffetta partigiana a quindici, anarchico fino al midollo nei circoli di Ponte della Ghisolfa e via Scaldasole: volantini, collette, solidarietĆ coi compagni in galera.
Ed ĆØ proprio lƬ, in via Scaldasole, la sera del 12 dicembre 1969, subito dopo la strage, che arriva il commissario Calabresi con lāordine in tasca: Ā«Vieni in questura, Pinelli, due chiacchiere e torni a casa.Ā» Gli permette perfino di andarci col motorino. Sappiamo comāĆØ andata. Non tornerĆ più.
Giuseppe Pinelli: padre, ferroviere, partigiano, anarchico. La diciottesima vittima della strage di piazza Fontana.




