PERCHE’ SOLO IL DIALETTO RECUPERA IL FABULOSO COLLETTIVO
di Giovanni D’Alessandro
Chiosando il titolo, verrebbe subito da domandarsi perché sia stato usato l’aggettivo sostantivato “fabuloso” anziché quello più corrente, cioè “immaginario”. E la risposta è che si tratta di due dimensioni assai diverse tra loro. L’immaginario è più ampio e anche più antico come concetto. Parentesi: il termine se l’è attribuito Alberto Arbasino, particolarmente fiero di rivendicarne la paternità, per averlo usato – primo in Italia – in scritti una sessantina di anni fa, ma era una paternità posticcia, in quanto quest’espressione d’immensa fortuna, “immaginario collettivo”, era già attestata nella saggistica anglosassone precedente; sicché, senza polemizzare coi morti, lo scrittore di Voghera andrebbe richiamato all’ordine, rammentandogli i rischi espressi, quando si rivendicano a sé meriti inesistenti, dal noto brocardo “mater” (saggistica anglosassone) “semper certa, pater nunquam”; e suggerendogli di limitarsi a dirsi padre di un’altra espressione – questa, sì, sua – la strapaesana “casalinga di Voghera”.
Chiusa la parentesi, torniamo al tema: perché usare per la poesia dialettale di Ennio Bellucci il termine “fabuloso”? Perché questa parola bordeggia un’altra dimensione, più preziosa (e diaccertata paternità): la pasoliniana “affabulazione” .
Fabuloso, affabulazione, favola: cerchiamone traccia in una delle recenti composizioni di Ennio Bellucci e proviamo a dire perché la lingua di ogni affabulazione sarà sempre, primariamente, il dialetto: senza limitarci a ripetere che il dialetto è la lingua dell’anima, verità che suonerebbe qui come un’ovvietà. Dobbiamo andare oltre il vernacolo e le sue meraviglie espressive. Dobbiamo parlare di soggetti del poetare di Ennio in dialetto. Soggetti, temi favolosi.
Ecco allora il racconto della Zoccola (il topo) che l’Autore definisce “storia semiseria”. “Me stionche a recurda’/ ca ze’ Menecucce, ‘na vote/ me raccuntò mnu fattariolle/ curieuse i comeche. Ancore/ a mo’, ch’enne passate ‘na freca/ d’enne, joije ne’n ce craire…/ però, se che c’è, mo ve la roice/ …pure a veuu”. Così la trasmissione orale del fabuloso prende forma ed è introdotta dall’Autore nella prima strofa, quasi chiedendo, con pudore, la complicità del lettore nel prestar fede allo strambo racconto in arrivo.
A una zoccola (una nutria forse, non infrequente nelle aree umide dell’agro pratolano,perigliosamente insediatasi dentro una casa) viene data la caccia da due baldi giovani che, per la loro vigoria fisica, sono stati soprannominati in paese Maciste e Tarzan. Stanano la zoccola e provano a prenderla a scopate e bastonate; a luce spenta, per non essere visti; ma saranno loro ad uscirne bastonati; non vedendoci, finiranno per darsi l’un l’altro tante involontarie botte e scopate da aver bisogno di cure mediche, con divertimento di tutta Pratola.
Chi non si avvede dell’atmosfera farsesco-fabulosa di quest’episodio?
La scena delle botte al buio tra Maciste e Tarzan somiglia al tourbillon finale di una pièce, che ancora le piccole compagnie itineranti e i Carri di Tespi portavano in giro per l’Abruzzo fino agli anni Quaranta; somiglia al classico “quarantotto” con cui si concludeva una rappresentazione, tra gli applausi. La stessa parallela atmosfera si rinviene in altre composizioni di Ennio, come “Lu ualle de Vinice…de Vettorie…i de Enie”.
Siamo nel recupero del puro arcaico spirito delle atellanae italiche studiate da De Nino come base della commedia latina. Tutto un popolo si riconosceva in esse – in questo ingenuo immaginario popolare, se si vuole – deliziandosene; e ridere insieme era una espressione di coesione sociale. Ogni volta che venivano raccontati in pubblico, gli episodi si arricchivano poi di ulteriori particolari comici, passando di bocca in bocca. E circa queste…fonti plurime di vitalissima generazione comico-farsesca collettiva, starebbe forse bene alla poesia di Ennio Bellucci (…non solo per coincidenza di nome!) un augusto epitaffio che 2300 anni fa un altro Ennio, Quinto Ennio, volle per sé: “volito vivus per ora virum”: andrò volando vivo di bocca in bocca, quando non ci sarò più. Perché così è questa poesia pratolana: viva, ma che non può vedere la luce in un ingessato italiano, bensì solo essere concepita e raccontata in dialetto.
Così il dialetto di Ennio Bellucci si conferma quale scrigno prezioso in cui tutta una antica tradizione e cultura popolare vanno conservate, sottraendosi all’oblìo.



Lo Scrittore D’Alessandro protagonista di un commento-analisi alla poetica dialettale di Ennio …competente,ricca di contenuti, appropriata e rispondente alle intuizioni del Poeta. Riferimenti storici centrati che denotano conoscenza e alte frequentazioni letterarie…di e per E.Bellucci….non ci sono piu’ aggettivi…..complimenti…
queste,come le altre, sono pagine di storia locale vissute e mirabilmente raccontate.Grazie!