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LA VAUCE N’ LA POZZA RETRUÁ (LA VOCE)

di Ennio Bellucci

Parecchie enne fa’
a Pratele ci stivene
du’ cineme: lu cineme D’Andrea
i la sala parrocchiale, lu cineme de’ i priovete. Quande mene’ l’estate, i le calle…
Igine i Americhe  D’Andre’, i Ughitte Carapellucce aprine l’arene: lu cineme all’apiorte….
Chele de i priovete se chiame’
l’arene de’ tigli,perché  ci stivene ‘na fraiche de piante: i tigli
che ‘mprofumine tutte ll’aria.
Eve biolle,frische i che profume…!
C’è da ricere che Ughitte, che fume’ come a ‘nu turche
le super senza filtre, eve ‘nu
maestre de la réclame.
Prepare’ le planche, i tabbelleune,
‘ndo ci stivene
le fotografie d’attore biolle, i attrice belle i cunesceute.
Po’, pe’cumpi’ l’opere, che lu
penniolle i la vernoice rosce i
blu’ c’ajjugne’ frase i frasette
che te facivene sunna’ i recrie’.
Come aiutante, addette a la
machene pe’ proietta’, teneve
Mariucce, ‘nu brave giovene, avete i sicche ca pare’ ‘nu lampiaune.
‘Na saire che l’arene piaine de ggente,
attente i selenziause,
che se ste’ a verajj une de le
pellicule chiu’ belle i appassionante…
a le chiu’ biolle,a la secreune, se ne io’ la vauce. ‘Nze sento’ chiu’ nionte.
Tutte se mettiorene arrallucca’
:” Ma che sta’ a succerre…
Mariu’ che ste’ ffa’,che ste’ a cumbene’…
che è  reventate nu ceneme meupe? I tutte in core allucchivene…:” Voce…Vvoce…Vvoce…Vvoce…!”
Ma ‘sta vauce ne’ remene’,
n’ze sente’ ….Ughitte ‘ncazzate, lu pubbleche
‘nvelmenate, ‘na cummeddie i
a che lu punte …Mariucce,che  save’ ‘nnervusoite i
‘nciuciote come a  n’uesene,
i n’ci steve a capojje
chiu’ nionte ‘ntutte…
S’affaccio’  che la cocce a lu
fenestrille da ‘ndo’ sceve
l’obbiettive i….
allucco’ : ” Biate a vveuu…
Voce…Vvvvoceee….
ma iojje sta vauce
n’ la pozze retrua’…
s’è perdeuteeee!
La ulete capojje o no?”
I cusci’…se chiuro’
la serate all’arene de’ tigli.

Ughitte s’è muorte, Mariucce peure, purtroppe.
L’arene n’ce sta chiu’ ma che la famosa vauce
la iemme ancore retruenne!..

 

La poesia di Ennio Bellucci: non liricita’ fine a sé stessa,ma una scelta per raccontare la sua terra,la sua gente e la sua lingua.

di Daniela D’Alimonte*

La poesia dialettale di Ennio Bellucci si inserisce con naturalezza nella migliore tradizione abruzzese, recuperando non solo parole e sonorità di un tempo, ma soprattutto un mondo umano e sociale che rischia di scomparire. Nei suoi versi, e in particolare in questa poesia dedicata al ricordo estivo di un cinema all’aperto di Pratola Peligna, Bellucci mette in scena personaggi realmente esistiti, figure popolari che hanno animato la vita del paese, con la loro arguzia, la loro spontaneità e quella capacità paesana sì, ma certamente saggia, di affrontare la quotidianità con leggerezza. Ecco allora che anche un imprevisto, la voce del film che improvvisamente va via, può trasformarsi in risata finale, grazie alla …risposta “per le rime” di Mariucce!
Gli episodi narrati da Ennio nella sua lirica – piccoli fatti, scherzi di comunità – suscitano il sorriso, ma allo stesso tempo accendono una malinconia sottile per un passato in cui sembrava più semplice ridere, stare insieme, lasciarsi sorprendere.
Il dialetto utilizzato è quello arcaico, autentico, con marcature fonetiche nette, come ad esempio il ricorrente frangimento della vocale tematica, tipico della parlata del luogo; una oralità che è lontana da ogni tentativo di banale italianizzazione. Bellucci non la impiega come mero ornamento stilistico, ma come strumento essenziale per restituire il contesto sociale evocato: un dialetto che diventa voce del popolo, eco viva di una comunità che parlava proprio così, senza filtri e senza mediazioni.
La sua poesia è profondamente aneddotica, i versi costruiscono veri e propri bozzetti paesani, scene vivide di vita collettiva, dove la semplicità dei gesti e la saggezza popolare emergono con forza.
Nel ricordo del cinema d’antan, delle serate estive trascorse a ridere, a commentare i primi film o a guardare il grande schermo con occhi spalancati, si coglie tutta la capacità del poeta di trasformare un frammento di memoria in un quadro emozionale. Ci strappa un sorriso, certo, ma anche un pensiero amaro sul tempo che passa e sui valori che sembrano essersi dissolti.
Ennio Bellucci si serve della poesia non per indulgere nella liricità fine a se stessa, ma per raccontare la sua terra, la sua gente e la sua lingua. Proprio attraverso questa parlata, così nitida e ancora viva, costruisce un ponte fra passato e presente, ricordandoci che la memoria collettiva è fatta anche di voci e di storie semplici che meritano di essere tramandate.

*Dirigente scolastico/studiosa di dialetti

4 commenti riguardo “LA VAUCE N’ LA POZZA RETRUÁ (LA VOCE)

  • …..ancora un racconto,un quadretto pieno di vita che genera un sorriso affettuoso…
    quanta tenenerezza e nostalgia…
    sembra di essere lì ed aver vissuto l’episodio….che personaggi….Bravo,bravo Ennio
    continua i tuoi racconti, ci fai rivivere e sognare le cose semplici e belle di un tempo…
    Complimenti meritati alla prof.ssa D.D’Alimonte una studiosa,competente e appassionata, dei dialetti abruzzesi.

    Risposta
  • Daniele Ciarfella

    Caro Ennio,
    sei unico,sorrido ancora con ironia e rispetto per quanto ci racconti, in quanto ho conosciuto come tanti altri di noi e,ricordo sia gli”attori in campo”sia i luoghi a noi tanto cari e vissuti assiduamente nella fanciullezza ed a seguire.
    Ci mancano queste cose,poche, semplici ,umili ma che ci hanno formati nella vita con altrettanta semplicita’.
    Oggi giorno e’ tutto piu’ difficile,sono i tempi delle nuove generazioni,che purtroppo non hanno la fortuna che abbiamo avuto noi.
    Viva UGHITT
    VIVA MARIUCC
    VIVA DINO ,IGINO e AMERICH.
    Viva ENNIO,
    che riporti in vita,luoghi e personaggi della nostra STORIA PRATOLANA.

    Risposta
  • Gaetano Villani

    * Gaetano Villani. Ennio Bellucci ci porta dentro un cinema degli anni 50, all’arena dei tigli. Durante la proiezione del film, si interrompe la voce, il pubblico grida “voce, voce…”, ma niente. Ancora oggi si aspetta che la voce torni. * già presidente del consiglio comunale di Manoppello

    Risposta
  • Una poesia che evoca il fascino perduto del cinema all’aperto, con immagini nostalgiche ricche e di ironia, illuminate dalla luce calda delle sere d’estate.

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