L’AQUILA CAPITALE DELLA CULTURA. IL PD AQUILANO: “NOI CI SIAMO”
L’AQUILA – Capitale italiana della cultura 2026 può rappresentare unāimportante occasione per la cittĆ , per recuperare e rafforzare la vocazione alla cultura che, per decenni, ha reso LāAquila un modello nazionale e su cui, da domani, ĆØ possibile costruire un rilancio economico e sociale sostenibile e duraturo. Capitale italiana della cultura 2026 ĆØ una occasione che la cittĆ non può assolutamente e un peccato mortale.
Per questo, crediamo che il territorio tutto ā nelle sue articolazioni diffuse ā debba mettersi a
disposizione per la riuscita dellāevento, per far sƬ che, alla fine del 2026, LāAquila si sia dotata di una
infrastrutturazione capace di rendere la cittĆ , nel tempo, un riferimento nazionale e internazionale
di produzione e fruizione culturale.
Noi ci siamo: come abbiamo avuto modo di ribadire in questi mesi, il Partito democratico ā a tutti i
livelli ā si mette a disposizione per far sƬ che la cittĆ possa cogliere appieno lāoccasione di Capitale
italiana della cultura; lo fa con spirito critico ma costruttivo, con volontĆ di controllo e di proposta.
Allāindomani della conferenza stampa che si ĆØ tenuta ieri a Roma, non possiamo che sottolineare –
come fatto nella Commissione consiliare dedicata ā che non si ĆØ partiti con il piede giusto: ĆØ
indiscutibile che, fino ad oggi, lāamministrazione non abbia voluto praticare una partecipazione
ampia e diffusa per la costruzione del programma di Capitale italiana della cultura: ĆØ stato un
errore. Ć indiscutibile che, fino a ieri, in pochi conoscessero il programma e, dāaltra parte, il
cartellone degli eventi è ancora ampiamente incompleto: ciò ci preoccupa, e molto. à indiscutibile
che ci sia poca chiarezza sul bilancio economico, ancora definito per macroaree e che va declinato,
invece, voce per voce: al progetto ĆØ allegato un budget di 7 milioni, esponenti consiliari di
maggioranza parlano di 12 milioni, il sindaco si ĆØ spinto addirittura oltre questa cifra. Su questo,
non si può che chiedere piena trasparenza. CāĆØ inoltre un ritardo, riconosciuto dagli stessi uffici,
sulla istruzione dei bandi destinati alle associazioni e alle realtĆ culturali non ancora coinvolte e
che, ad un mese dalla cerimonia inaugurale, pur volendo offrire il proprio prezioso contributo
organizzativo e creativo, non sanno ancora se e come potranno partecipare.
E non va tenuto sotto il tappeto, anzi va affrontato con decisione, lāenorme tema degli spazi
culturali ancora chiusi in centro storico, dal Teatro Comunale che, si spera, potrĆ alzare il sipario
almeno per lāevento finale di Capitale della cultura ā e ce lo auguriamo davvero, arrivare a questo
appuntamento con il Teatro comunale cantiere ĆØ, evidentemente, una sfida persa ā al Cinema
Massimo, neanche menzionato nella conferenza stampa di presentazione, dal Teatro San Filippo
alla prestigiosa Biblioteca Tommasi, malinconicamente chiusa e dimenticata a Bazzano.
Noi ci mettiamo a disposizione per aiutare a risolvere le criticitĆ , lo facciamo pubblicamente e, per
questo, torniamo a chiedere allāamministrazione comunale di coinvolgere le forze di opposizione,
di renderle partecipi, di accogliere proposte e contributi che possano venire dal basso, dalle
cittadine e dai cittadini, dal tessuto associativo e culturale, dalle associazioni datoriali e di
categoria, dai sindacati e da chiunque voglia partecipare alla costruzione di un progetto vincente.
Fino ad oggi, sulla cultura questa amministrazione ha impegnato quasi 50 milioni di euro: una cifra
enorme, che nessun altro territorio ha avuto a disposizione ma che non ha lasciato segni tangibili e
duraturi, ed i cui effetti non sono stati mai āmisuratiā in termini di nuova occupazione, tenuta delle
Istituzioni culturali e del tessuto culturale diffuso per capacitĆ progettuali, di produzione e di
attrattivitĆ sul mercato, di ritorno economico e sociale. Stavolta, non possiamo davvero
permettercelo: noi ci mettiamo a disposizione, e lo ribadiamo, con spirito critico ma costruttivo e
propositivo.
E la prima proposta che facciamo ĆØ rivedere la decisione di tenere la cerimonia inaugurale nella
Caserma della Guardia di Finanza, simbolo ā eccellente ā della gestione dellāemergenza post sisma:
pur riconoscendo lāimportanza di quel luogo, e consapevoli dellāapporto fondamentale della
Scuola della Gdf per la nostra cittĆ , LāAquila non può lanciare alla nazione – alla presenza del
Presidente della Repubblica che, come negli anni passati, parteciperĆ allāinaugurazione – un
messaggio legato ancora allāemergenza a più di 16 anni dal sisma ma dovrebbe, al contrario,
raccontare i tanti passi avanti fatti in questi anni, lo sforzo di ricostruzione della cittĆ che ĆØ
rappresentato, oggi, dai magnifici monumenti fondanti lāidentitĆ della cittĆ restituiti alla
collettivitĆ nazionale.
Pensiamo alla Basilica di San Bernardino, alla Basilica di Collemaggio legata al messaggio universale
della Perdonanza Celestiniana e non soltanto: Matera Capitale europea della cultura sfidò la
pioggia invernale per dare luce al quartiere vecchio della cittĆ , Agrigento ha tenuto la cerimonia
inaugurale al Teatro Pirandello, Pesaro scelse il Palazzetto Astronave, Bergamo e Brescia il Teatro
Grande di Brescia, Procida lāex convento di Santa Margherita Nuova e cosƬ via: LāAquila non può
darsi come vetrina di Capitale della cultura una Caserma.
Rappresenterebbe una sconfitta per tutte e tutti, uno schiaffo agli sforzi messi in campo in questi
anni per la ricostruzione: non possiamo restare legati, ancora, a simboli dellāemergenza.
Ragioniamone insieme, questo lāinvito: costruiamo una narrazione diversa, diamo luce alla cittĆ
rinata magari affidandone il racconto, proprio alla cerimonia inaugurale, ad una ragazza e ad un
ragazzo nati dopo il 6 aprile 2009.
LāAquila cittĆ di speranza oltre che di cultura.
LāAquila cittĆ capace di valorizzare lo sforzo del paese intero per la ricostruzione del cratere 2009:
in questo senso, lāaltra sfida sarĆ assicurare piena trasparenza sullāutilizzo dei fondi pubblici che
verranno investiti, come ĆØ stato fatto, negli anni, per i processi di ricostruzione. Lo dobbiamo a noi
stessi, prima che allāItalia intera che guarderĆ a noi nel 2026.


