Cultura

NELLA POLVERE DEL SAHARA MILLENNI DI STORIA CLIMATICA

ROMA – Quando le masse di polvere provenienti dal Sahara raggiungono l’Italia, ciò che notiamo a occhio nudo è una sottile patina arancione che si deposita su tutte le superfici esposte. Un fenomeno che nella vita quotidiana passa spesso come qualcosa di fastidioso o poco significativo.
Eppure, osservata al microscopio, quella stessa polvere rivela un mondo complesso e sorprendente.
La polvere sahariana è formata in prevalenza da particelle minerali — quarzo, feldspati, argille, carbonati, ossidi di ferro — sollevate dai venti che attraversano l’Africa settentrionale. A questa matrice si mescolano però resti biologici provenienti da antiche aree lacustri del Sahara. Tra questi, le diatomee, microscopiche alghe d’acqua dolce dotate di un guscio siliceo, sono tra i componenti più riconoscibili nelle immagini ottenute al microscopio.
La polvere dell’immagine proviene dalla Bodélé Depression, al margine meridionale del deserto del Sahara, nel Ciad settentrionale. Si tratta di una porzione dell’antico mega-lago Chad, un vastissimo bacino che, circa 7000 anni fa, ospitava una ricca comunità di diatomee. I loro gusci si sono accumulati per millenni sul fondale: oggi, esposti all’erosione del vento, si frantumano, si sollevano in atmosfera e si mescolano alle altre particelle minerali, dando origine a una polvere capace di viaggiare per migliaia di chilometri fino all’Europa.
Le analisi condotte dai ricercatori dell’INGV con il microscopio elettronico (SEM) consentono di ricostruire l’origine e la composizione di queste polveri, di comprenderne il contributo al particolato atmosferico e di studiare le dinamiche che regolano il trasporto intercontinentale delle masse d’aria.
Una polvere che a volte ci infastidisce solo perché ci sporca la macchina appena lavata, in realtà è un piccolo archivio naturale che conserva la memoria geologica e climatica del Sahara.

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