COLPO DI SCENA AL RIESAME DELL’AQUILA: DISSEQUESTRATI CASE E TERRENI A MADRE E FIGLIO INDAGATI PER SPACCIO
Il colpo di scena irrompe in un’aula, non nella strada: quella del Tribunale del Riesame dell’Aquila, dove il collegio presieduto da Giuseppe Romano Gargamella ha disposto il parziale dissequestro dei beni riconducibili a una madre e a suo figlio, indagati per spaccio in concorso.
Via i sigilli, dunque, a due fabbricati nel Comune di Pettorano sul Gizio, tre terreni compresi nell’asse geografico tra Pettorano sul Gizio e Introdacqua e a un conto corrente bancario. Per i giudici, case e terre – pur finite nel perimetro dei sequestri disposti dall’accusa – “non hanno una provenienza delittuosa”.
Restano invece sotto sequestro tre vetture di proprietà dei due indagati, così come i conti gioco e scommesse online, luoghi digitali dove, secondo la ricostruzione degli inquirenti, sarebbero stati incanalati e ricanalizzati i proventi dell’attività di spaccio. Una linea di demarcazione tracciata con nettezza dal collegio giudicante, che ha scorporato la natura degli asset immobiliari da quella delle movimentazioni finanziarie e dei beni mobili considerati “sensibili”.
L’indagine, condotta dai Carabinieri della Compagnia di Castel di Sangro, aveva preso le mosse lo scorso anno dal pedinamento di un 32enne di Sulmona, lavoratore stagionale in un pub di Roccaraso. Da lì l’attenzione investigativa si era allargata ai due indagati: un’abitazione nel circondario peligno era finita sotto i riflettori dei militari per un sospetto “via vai” continuo di persone.
Tra ottobre 2024 e marzo 2025, gli inquirenti hanno deciso di ricorrere alle intercettazioni ambientali per ricostruire contatti, incarichi e dinamiche del presunto sodalizio. Stando agli atti processuali, madre e figlio avrebbero effettuato 640 cessioni di sostanza stupefacente tra hashish, cocaina e altre droghe da fumo, coinvolgendo 23 acquirenti abituali, per un totale di 23 persone riconducibili al gruppo dei “clienti”.
L’approvvigionamento della cocaina – secondo l’accusa – sarebbe stato garantito anche da due presunti fiancheggiatori: un 36enne di Pratola Peligna e un 25enne di Sulmona, incaricati di fornire almeno 400 grammi della sostanza per sostenere la distribuzione nel comprensorio. Le intercettazioni avrebbero inoltre rafforzato la ricostruzione accusatoria, tanto da portare, nell’arco delle operazioni, all’arresto di cinque giovanissimi considerati anelli esecutivi della filiera di cessione e consegna.
Nei mesi successivi, la Procura ha impresso una brusca accelerazione all’inchiesta, con sequestri di beni, conti e veicoli ritenuti direttamente o indirettamente collegati ai proventi dello spaccio. Tuttavia il Riesame ha ricalibrato il perimetro dei provvedimenti ablatori, ridimensionandone la portata per la parte relativa ai fabbricati, ai terreni e al conto bancario “ordinario”.
Riguardo alla solidità dell’accusa, i giudici non hanno messo in discussione, almeno allo stato emergente, la tenuta del “castello accusatorio”, che resta giudicato “solido nella struttura ricostruttiva”, pur con un alveo probatorio da completare e valutare nel futuro iter del procedimento. L’inchiesta prosegue, dunque, con un nuovo equilibrio tra la compressione dei beni e l’ipotesi di reato che resta al vaglio della magistratura.
Una decisione che aleggiasul territorio con un effetto duplice: se da un lato riapre nel concreto beni e patrimoni, dall’altro conferma come l’inchiesta non sia stata svuotata ma piuttostoridisegnata nei suoi contorni procedurali. La cronaca giudiziaria continua, e la Valle Peligna la segue passo per passo.



