CINQUE STIMOLI DA UNO SCENARIO ASTRATTO
“Perché vieni a teatro?” Questa è la questione che Julian Beck poneva al pubblico durante Sette meditazioni sul sadomasochismo politico, spettacolo teatrale del 1973 che si interessava di esplorare i rapporti sociali di potere vittima-carnefice, sottomesso-dominatore.
Il Living Theatre, fondato da Julian Beck e Judith Malina, è uno dei più importanti esempi di teatro di ricerca del secolo scorso. Attivo a New York dalla fine degli anni ’40 in poi, fonda la propria politica teatrale sull’idealismo anarchico non-violento. “L’eredità di Caino”, di cui Sette Meditazioni fa parte, nasce dopo il periodo di carcere in Brasile dove il gruppo era stato condannato a seguito di alcune azioni teatrali nate in opposizione alla dittatura militare del tempo.
Ogni relazione umana vive di questa logica: la famiglia, il mercato, la guerra vengono denudati ed analizzati sotto l’ottica del potere mosso e perpetuato dal più forti sui più deboli. Il sadomasochismo come organizzazione introiettata dall’individuo, è agito in termini di dominazione sul contesto e, quindi, sull’intera struttura sociale, disapprovando e censurando ogni atto individuale non allineato categorizzandolo come fatto ostile. Attraverso Sette meditazioni sul sadomasochismo politico viene creato un caleidoscopio di comprensione dei comportamenti individuali ora tra i rapporti parasessuali dominanti ora sotto la dinamica di sottomissione che ne sta alla base; l’autoritarismo di governo, la considerazione dell’altro alla stregua di proprietà privata; il potere per il potere, la violenza esercitata nella imposizione della decisione unilaterale, la prepotenza esercitata ex chatedra; l’aggressività insensibile del Marchese del Grillo contro l’ebreo Aronne Piperno ebanista ed il suo conticino.
In questo quadro vorrei riflettere l’astratta situazione in cui versa un consigliere comunale che volendo votare secondo lo spirito liberale dettato dalla principale Predica Inutile di Luigi Einaudi “Prima conoscere, poi discutere, quindi deliberare” si trova oggi ad essere stretto nella morsa sadica e masochista della prepotenza del silenzio dei colleghi e delle parole invereconde e delle pretese del potere.
Gli aspetti stimolanti di questo scenario sono molti. Il primo riguarda l’aspetto dialogico fra opposti: la ragione e la follia; il bene e il male; la conoscenza e l’ignoranza. Dove nasce l’uno, quasi emergendo dal nulla, compare anche l’altro: due facce della medesima medaglia. Facce opposte, nemiche, incompatibili che però, assieme, formano il tutto e, nel contrasto, possono anche dialogare, ma se nella meccanica, a prescindere, deve prevalere solo uno dei punti di vista, il dialogo trasmuta in monologo, in soliloquio: io parlo, tu ascolti.
Il secondo stimolo risiede nel ruolo della politica- nella realtà del luogo dell’astratta situazione- che, evidentemente, non esercita una funzione dialettica nelle sedi idonee ma si affida (o è strumentale) al metodo della concertazione extra moenia,che, evidentemente e plausibilmente, non deve essere perturbata da alcuno ma sadicamente ingoiata da tutti. “Non disturbare il manovratore”.
Il terzo stimolo viene dall’esaltazione impudica dell’atteggiamento di dominazione: deve chiedere scusa pubblica, preferibilmente con una lettera o una comunicazione pubblica vergata a mano, autografa, originale.. Un uccellino amico mio aquilano mi dice, anche, che questa è la pretesa del sindaco astratto al partito del consigliere. Anzi in un’immagine sadica estrema: sarà assente il capogruppo e dovrà essere l’astratto consigliere medesimo a dichiarare la sua approvazione a verbale, a nome del Gruppo di cui è vicepresidente. Il partito (FdI), o meglio i dirigenti locali o meglio il dirigente locale (non esiste un direttivo FdI, non esite un tesoriere, un collegio dei Probi Viri, non esiste una sede : si riuniscono nei Bar-Tavola Calda) o meglio il vicesindaco di questo luogo astratto, nulla ha da opporre al sadico autodafé imposto al suo coscritto, anzi masochisticamente–mors tua vita mea– permette, avalla, consente garantisce e offre copertura al novello Thomas de Torquemada.
Il quarto stimolo, quello più impellente, è l’evidente stato di angoscia del sindaco astratto di perdere il potere, il controllo, le redini della situazione. L’inquietudine di non essere riconosciuto come capo assoluto, dominatore, signore e padrone del reame astratto: l’afflizione potenziale di non essere universalmente riconosciuto come il Leviatano di Hobbes.
Il quinto stimolo sta nella paura dei Cortigiani (non dei servi e famigli) del Re astratto, di avere un’alternativa: di perdere il ruolo di unicità di anello della filiera. Questo panico cortigiano -a tutto vantaggio del dominus– si materializza nel divenire corrente di partito, ma al potere e, quindi, capace di assumere i comportamenti sadici verso il suo consigliere, mutuando la condotta del dominus: con la differenza che se per il secondo le condotte rispondono alla natura caratteriale e per questo naturalmente spontanee –con il vantaggio di essere senza tessere e svincolato dall’appartenenza “l’etat, c’est moi“; per i primi le condotte sono forzate, necessitano di Regole e Regolamenti disapplicati, di Statuti non rispettati, ma soprattutto di protettori: con il difetto che i protettori in politica sono degli eletti… e che, quindi, nella fame di voti potrebbero scaricarli scegliendo ….rossi, dopo aver sostenuto …. neri.
Ludovico Ariosto nel suo Orlando Furioso (canto37) scrisse
Sia Marganorre essempio di chi regna;
che chi mal opra, male al fine aspetta.
Di vederlo punir de’ suoi nefandi
peccati, avean piacer piccioli e grandi.
Io non posso sostituire né Ruggiero né Marfisa immaginarsi Bradamante, ma qualcuno deve intervenire in soccorso di Ullania…. il consigliere astratto va umiliato dalla dura legge imposta dal tiranno astratto, della città astratta.
ELPIS
PS Forse è perché il sindaco astratto in questa città astratta crede di essere il proprietario di tutte le cose visibili ed invisibili, che egli ancora ottempera all’articolo 11 del Regolamento dichiarando, eterogenesi dei fini, a quale gruppo consiliare appartenga?




Quindi al voto, o meglio al ragionamento logico di una realtà palpabile.
La realtà ha come fine ultimo il ben governare senza che qualcuno ti dica cosa fare la sera pruma il mattino dopo.
Sarebbe una esaltazione dell’intelligenza e sarebbe molto bello, lascerebbe un ricordo, ecco.
Forse il consigliere ha tracciato la strada forse gli altri potrebbero seguirla e potemmo vedere che il re è nudo.