GIOVAN PIETRO CARAFA (PAOLO IV). UN ALTRO PAPA AQUILANO
L’AQUILA – Quando pensiamo a un Papa e alla nostra Città dell’Aquila, il primo pensiero va ovviamente a
Celestino V.
Entrando però tra le righe della Storia, ci imbattiamo in un altro Papa «aquilano».
Più o meno tutti noi Aquilani, di origine e di adozione, conosciamo il famoso monumento funebre
di Beatrice Camponeschi e Maria Pereyra-Noronia, maritata Camponeschi, nella Basilica di San
Bernardino, sul lato sinistro dell’altar maggiore, opera di Silvestro dell’Aquila realizzata tra il 1488
e gli anni immediatamente successivi:
«…un de più belli Mausolei che sieno in Italia…», scrive Claudio Crispomonti nel 1630.
Questa volta, però, non ci soffermiamo sul monumento in sé, del quale molto e autorevolmente si
è scritto, ma ci concentriamo sull’aspetto umano e storico dei personaggi:
i monumenti, le epigrafi, e simili, non sono fredde pietre puramente «ornamentali», come spesso
si afferma, bensì sono opere vive che ci parlano anche a distanza di secoli, portando con loro le
storie di chi rappresentano, di chi le ha realizzate e di tante persone comuni come noi che le
hanno vissute prima della nostra epoca.
«A Beatrice Camponeschi, dolce infante, che visse 15 mesi…»:
così esordisce l’epitaffio (iscrizione sepolcrale) del mausoleo (vedi fine articolo).
Il mausoleo Pereyra-Camponeschi in San Bernardino ci narra innanzitutto un dramma familiare: la
morte, all’età di 15 mesi, della piccolissima Beatrice, figlia di Maria Pereyra-Noronia, nobildonna
iberica di stirpe regale, e di Pietro Lalle Camponeschi, Conte di Montorio, discendente di una
signorìa di fatto che fu protagonista nella storia aquilana del Trecento e del Quattrocento.
La mortalità infantile, piaga molto diffusa ancora nella prima metà del Novecento, segnava tante
famiglie, senza distinzione di classi sociali: Beatrice Camponeschi, la bimba che vediamo
raffigurata nel mausoleo, è un po’ la «voce» e il simbolo di tanti bambini che morivano
prematuramente per varie cause, e di quei bambini che tutt’oggi ancora muoiono in troppe zone
del nostro mondo «evoluto».
Insieme alla bambina Beatrice, nello stesso monumento vediamo raffigurata anche una donna: si
tratta proprio di Maria Pereyra-Noronia, che commissionando il mausoleo per sua figlia, lo scelse
come luogo anche per la sua sepoltura.
La piccola Beatrice aveva delle sorelle, tra le quali Vittoria.
Come accadeva spesso nelle famiglie nobili, normalmente i discendenti convolavano a nozze con
eredi di altre famiglie blasonate.
Vittoria Camponeschi era andata in sposa, in seconde nozze, a Giovanni Antonio dei conti Carafa
della Stadera, un ramo della nobile casata napoletana Carafa, a sua volta derivata dal più antico
casato Caràcciolo.
Da questo matrimonio nacque Giovan Pietro Carafa (1476-1559), il quale ascese ai più alti gradi
ecclesiastici fino ad essere eletto Papa nel 1555, con il nome di Paolo IV.
E così possiamo affermare, senza retorica, che papa Paolo IV (regnante 1555-1559), fu anche un
«papa aquilano», tenendo conto della discendenza da parte di sua madre Vittoria Camponeschi
Pereyra.
Per questo, quando nella basilica aquilana di San Bernardino osserviamo, meditando, il mausoleo
di Beatrice e Maria Pereyra-Noronia Camponeschi, ci troviamo davanti al racconto vivo, umano, di
una bimba e di una donna, di una figlia e di sua madre, che sono state anche rispettivamente la zia
e la nonna di un Papa.
A complemento si riporta il testo integrale dell’epitaffio citato più sopra; per lo scioglimento di
alcune abbreviature è stata fondamentale una lettura comparata tra l’epitaffio sul monumento e
la trascrizione riportata dal Crispomonti:
« BEATRICI CAMPONISCAE INFANTI DVLCIS •
QVAE VIXIT MENS(ES) XV •
MARIA PEREYRA NORONIAQ(VAE) MATER •
E CLARISSIMA HISPANORVM REGVM STIRPE •
TA(M) M(ATERN)O Q(VAM) PATERNO G(E)N(E)RE ORTA •
PE(TRI) LALLI CAMPONISCI MONT(ORII) COMITIS CONIVNX •
FILIAE SVAE VNICAE BENEMERE(N)TI •
ET SIBI VIVENS PO(SVIT) ».




