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RETEABRUZZO E IL TOCCO DI CLASSE DI BELLUCCI

di Luigi Liberatore 

La vita di un giornale online è difficile, tortuosa per non dire scabrosa, per cui non esito a definirla grama perché deve misurarsi quotidianamente con tanti problemi, ma con uno soprattutto che poi assorbe tutti gli altri: la mancanza di risorse economiche. È come quelle case delle famiglie indigenti ma orgogliose e unite dove non muoiono i sogni ma risplende l’essenziale; dove contano i sentimenti che rendono i legami più ricchi e solidi. Ecco, Reteabruzzo mi sembra così, dignitosa nel servizio pur dovendo lamentare un insopprimibile deficit economico, compensato tuttavia da un patto d’amore giornalistico tra i collaboratori che trova il suo punto più alto di aggregazione nel suo direttore. È una bella e pure brava famiglia giornalistica, soprattutto libera, che da qualche tempo si concede un lusso redazionale di pregio con il “reclutamento” spontaneo di Ennio Bellucci. Lascio le presentazioni che mi sembrano superflue per concedermi, con tutta umiltà, una licenza ardita, quella di dare una lettura (personalissima e non di scuola) al racconto in dialetto pubblicato questa mattina nella solita rubrica a lui riservata e nella quale sono già riposte “immagini” poetiche della sua Pratola Peligna. Vado al racconto breve di questa mattina, sempre in dialetto strettissimo, che sicuramente è di fantasia ma poi non tanto lontano da una realtà contadina: due parenti, io li chiamerò cugini, “poveri di ingegno”, che nel tentativo di scacciare a bastonate un topo entrato in casa, finiscono col prendersi a randellate senza riuscirci. Il racconto è veloce ed immaginifico, grazie all’uso del dialetto in cui un solo termine è capace di racchiudere tanti significati ed aprire porte sconosciute al lettore, evocando situazioni e sensazioni diverse nello stesso racconto. Dimostra abilità e fine cultura Ennio Bellucci, con questa sua narrazione che io interpreto come pezzo teatrale tragicomico, sulla falsariga di quelli cari ai precursori francesi di Moliére; ci sono passaggi, pure, che ricordano le storie della Puszta ungherese, ancorate al mondo pastorale antico, povero e greve come i personaggi che spesso si prendono a randellate per le cose più stupide. E’ più lieve il tema di Bellucci. Ho provato a rendere in italiano quelle scene cercando di collocarle su una immaginaria scaletta teatrale. Macchè. Il racconto segue quelle cadenze perché a sostenere l’impianto, che poi non è tanto articolato, è il dialetto, quasi una lingua madre, che sa sciogliere i sentimenti che ispirano la sua autentica vena artistica. Guardate, questo è il mio modo di intendere l’ultimo lavoro pubblicato, ma bisogna leggerlo quel breve e veloce racconto perché le chiavi di interpretazione sono molte e legate ai termini dialettali che io definisco ideogrammi.  

2 commenti riguardo “RETEABRUZZO E IL TOCCO DI CLASSE DI BELLUCCI

  • ……una lettera centrata quella di Liberatore…che conferma, ancora una volta, le sue capacita’ , la sua competenza e fluidita’ di scrittura.
    La brillante composizione poetica, seppure dialettale, di Ennio Bellucci ….lo aiuta e fa emergere
    la bellezza ed il coraggio di sapersi misurare con ogni forma di espressione….
    Bravo Ennio,bravo Luigi.

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  • Daniele Ciarfella

    Complimenti al Giornalista
    Liberatore,per la puntuale disamina.
    Chapeau

    Risposta

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