“CREDEVO LA MIA VITA FOSSE FINITA”: LA RINASCITA DI UNA DONNA GRAZIE ALLA SQUADRA DELL’OSPEDALE DI SULMONA
SULMONA, 22 novembre – Ci sono storie che non parlano solo di malattia, ma di coraggio. Storie che attraversano il dolore più profondo e arrivano, contro ogni previsione, fino alla luce. È il caso di una donna di circa cinquant’anni che ha deciso di raccontare il suo percorso, lungo anni, attraverso sofferenze indicibili e una speranza che sembrava ormai perduta. Una storia che mette in risalto, con forza, il lato umano della sanità quando medici e infermieri scelgono di guardare il paziente prima della patologia.
Per anni questa donna ha vissuto con una fistola vescico-vaginale, una condizione traumatica che le causava una perdita continua e incontrollata di urina. Un disagio fisico devastante, certo, ma ancora più lacerante sul piano emotivo. «Ogni giorno perdevo un pezzo della mia dignità. Mi sentivo spezzata dentro, non ero più io. Credevo davvero che la mia vita fosse finita», racconta con voce rotta, ricordando un quotidiano fatto di rinunce, vergogna, isolamento.
Una condizione aggravata da un passato clinico pesante come un macigno: due cicli di radioterapia, cinque interventi addominali, aderenze estese a più organi. Un quadro che, per anni, ha precluso ogni possibilità di un nuovo intervento chirurgico. Quella porta, chiusa dalla medicina, aveva finito per chiudere anche la sua speranza.

Poi, un giorno, tutto è cambiato. Quasi per caso. La donna si era recata all’ambulatorio ginecologico dell’ospedale di Sulmona per un problema improvviso. Ad accoglierla, il primario di ginecologia e ostetricia Cosma Cosenza. E per la prima volta, dopo tanto tempo, lei ha avvertito qualcosa di diverso: «In quello sguardo, in quelle parole, ho visto fiducia. Qualcuno stava davvero ascoltando la mia sofferenza».
Da quel momento, è iniziato un percorso fatto di attenzione, scrupolo e umanità. Cosenza non ha guardato soltanto il caso complesso, ma la persona che aveva davanti. Ha coinvolto una squadra multidisciplinare formata dal responsabile di urologia Giovanni Di Federico e dalla primario di anestesia e rianimazione Annamaria De Santis, uniti da un obiettivo comune: restituire a quella donna la vita che la malattia le aveva sottratto.
L’intervento chirurgico, delicatissimo, è durato ore ed è stato seguito da settimane in rianimazione, dove la paziente è rimasta sotto osservazione continua. Giorni difficili, di paura e attesa, fino a quando i medici hanno potuto pronunciare le parole che lei aspettava da anni: fuori pericolo.
È stato allora che, finalmente, l’incubo si è spezzato. Oggi la donna cammina di nuovo nella sua quotidianità senza sentirsi prigioniera del suo corpo. Parla di “rinascita”, di “vita restituita”, di “miracolo della buona sanità”.
Il suo racconto non è solo una testimonianza personale, ma un riconoscimento alla professionalità, alla sinergia e soprattutto all’umanità dell’équipe dell’ospedale di Sulmona. Una storia che ricorda quanto la sanità, quando funziona, possa diventare non solo cura, ma anche ascolto, sostegno e speranza.
«Sono tornata a vivere» dice oggi, con un sorriso che vale più di qualsiasi diagnosi. E nella sua rinascita c’è la prova che, a volte, la buona medicina è fatta prima di tutto da buone persone.




come dovrebbe essere per tutte le cose, onore alla equipe medica