LA SCALA PIÙ BELLA DEL MONDO
di Massimo Di Paolo – La storia personale di James Watson, come spesso accade alle personalità complesse e difficili, non può che essere narrata guardando le due facce della stessa medaglia. Diffidente, attaccabrighe e spudoratamente libero; irriverente, espulsivo e sgarbato con una certa ritrosia per il colore della pelle tanto da decantare ripetutamente note razziali. Maschilista. Insomma una grandissima carogna. Questo fu uno dei più grandi studiosi di biologia; scienziato e ricercatore da annoverare nella storia delle scoperte scientifiche. Watson ad appena 25 anni, con al suo fianco Francis Crick, Rosalind Franklin e Maurice Wilkins, descrisse una molecola dalla struttura ad elica chiamata DNA pubblicando un breve e stringato resoconto su Nature, era il 1953: dopo nove anni vinsero il premio Nobel per la medicina.

Una vita lunga, ricca di passioni e principi da generale di cavalleria, celebrato nel bene e nel male fino ai sui 97 anni con cui ha chiuso, pochi giorni fa, la sua dissidenza terrestre. Nonostante la spigolosità caratteriale e le non poche manifestazioni di oscurantismo culturale, basti pensare al mancato riconoscimento di Rosalind Franklin o alla teoria della ridotta intelligenza delle etnie nere -solo per citarne alcune- i tabloid di tutto il mondo ne hanno ricordato il valore in campo scientifico e la ricchezza che ci ha lasciato con le sue scoperte che hanno permesso l’avvio, nel 1990, del progetto genoma, per la mappatura del genoma umano, conclusosi nel 2003. Se questo bambino prodigio, diventato poi esploratore della cellula umana e poi ancora divulgatore fino ad arrivare al Nobel, fosse stato descritto stando seduto sulla poltrona di Aldo Carotenuto, studioso di Analisi dell’inconscio, il titolo di un suo famosissimo libro “La scala che scende nell’acqua” edito Boringhieri, avrebbe dato spiegazioni più certe.

La storia di un’analisi dove le parti scisse del sé si ricompongono dopo una lunga, difficile e dolorosa discesa nelle dimensioni più oscure della propria personalità. D’altronde i nucleotidi, pochi e certi, si intrecciano su un nastro a doppia elica per fare un essere umano; ma l’elica può essere rappresentata proprio come una scala, una scala che per essere montata e scoperta deve essere conosciuta, discesa e risalita, affrontando i dubbi, gli errori, le incertezze, i dissidi che la ricerca avanzata pone dinanzi. Personalità narcisista si direbbe oggi con una certa leggerezza, certo è che la mappa del suo genoma James Watson non aspettò molto a metterla su internet rendendola pubblica. Si occupò, in età matura, di importanti Istituti di ricerca ma non abbandonò mai la verve dello ‘scassaminchia’ alternativo, polemico, critico, intollerante, solitario dal giudizio più che facile. Una delle più grosse che ne fece -sembra la prima e l’unica al mondo- fu quella di mettere in vendita la sua medaglia del premio Nobel (prezzo stimato 2,8 milioni di euro). Ha lasciato detto che aveva bisogno di denaro ma sembra, dai report degli informatori del Financial Time, che il suo era un gesto di stizza e di autocommiserazione perché la ‘medaglia’ copriva troppo la persona che sembrava perdere il valore della sua esistenza. Fuori metafora voleva informarci che lo specchio su cui amava riflettersi era, per lui, diventato appannato. A ogni azione corrisponde una reazione, se volessimo capire gli effetti di certi comportamenti, e fu quello che accade nella Comunità scientifica che dal 2007 lo isolò evitandolo accuratamente insieme alle grandi Istituzioni che si vendicarono verso chi non aderì ai cliché formali richiesti. In poche parole non gliela fecero passare liscia, il Cold Harbor Laboratory, da lui stesso diretto per 40 anni, lo licenziò.
Delle cose lasciate da questo scienziato un po’ istrione resta molto altro: una eredità che ha aperto una nuova narrazione nel racconto di Homo Sapiens ormai cosciente di essere unico tra simili. Una scoperta che ha dato vita concreta al “noi” perché tutti gli esseri umani sono costituiti dagli stessi pezzi montati diversamente, a volte ripetendosi, alcune volte con qualche errore. Fece conoscere i processi alla base della vita che permisero i più grandi progressi in campo medico e biologico descrivendo il meccanismo della replica del Dna e il funzionamento del trasferimento dell’informazione. E non ultimo aprì quel grande dibattito che pose lo studio della ‘coscienza’ come ultimo traguardo, a cavallo tra genetica e poesia, tra il biologico e il mentale dove, ancora oggi, occorre scendere con una scala, una Guida e una lanterna.




È un peccato che non si possa più veramente accertare come e quando sia cominciato il tutto, ma non scordiamo il contributo del Professore Paolo Polani che mi raccontò alcune storie a riguardo.
Con la sua consueta umiltà menzionò i problemi incorsi una volta scappato dall’Italia e dal fascismo, approdando in Inghilterra e quasi subito imprigionato con altri noti allora nemici di guerra.
Mi piacerebbe tanto che qualcuno potesse ricordarlo e magari riscrivere un po’ di storia del DNA.
Hanno nominato la biblioteca dell’ospedale Guy’s di Londra a suo nome dopo la sua morte a 92 anni.
Mi manca molto come amico.