APPUNTI DI UN CALZOLAIO DI SANTO STEFANO DI SESSANIO. LA TESSITURA
L’AQUILA – Che ritrovamento affascinante.
Un quaderno di un calzolaio di Santo Stefano di Sessanio, con riferimenti alla tessitura, ĆØ una finestra preziosa sulla vita economica e sociale dell’Abruzzo fra il 1860/1900.
L’economia abruzzese di quel periodo era prevalentemente agropastorale, e la produzione tessile era spesso legata all’autoconsumo e all’economia di sussistenza, soprattutto per il corredo domestico e l’abbigliamento quotidiano. La principale fibra lavorata era la lana.
Era la fibra più diffusa, grazie alla forte tradizione pastorale e alla transumanza.
Veniva usata per abiti pesanti, cappotti e soprattutto per le famose coperte abruzzesi, dette anche “tarante”.
Queste coperte erano spesso a doppio strato , dai colori vivaci e con motivi geometrici o figurativi.
Un tessuto di lana scura, la carfagna, era diffuso per gli indumenti (anche per il clero) perchƩ non necessitava di tintura.
Come suggerisce l’appunto del calzolaio canapa e lino erano ampiamente coltivati e lavorati per produrre tele per la biancheria domestica (lenzuola, tovaglie, sacchi) e tele da corredo, note per la loro robustezza. Il termine “canavella” nell’ appunto si riferisce quasi certamente a un tessuto in canapa, spesso sinonimo di tela grezza o robusta.
La sericoltura e la tessitura della seta erano presenti, in misura più contenuta rispetto ad altre fibre, in alcune aree.
Il cotone venne introdotto e utilizzato, spesso in misto con altre fibre (lino o lana), soprattutto con lo sviluppo di piccole industrie tessili.
“Cicci Anna di Francesco e filata la canavella venti pezze cacciate a 11 lemmi e nove braccia un’altra donna pure di canavella cacciata a 11 lemmi.”
Canavella come accennato, ĆØ quasi sicuramente un riferimento alla tela di canapa (o forse in lino), che era una lavorazione fondamentale in ambito rurale.
Il termine cacciate si riferisce all’operazione di avviare la tessitura sul telaio o, in un contesto più generico, al processo di tessitura o battitura della trama, spesso per indicare un lavoro commissionato o prodotto.
In gergo tessile, il “lemmo” (o liccio, liscio, lice in italiano standard e altri dialetti) ĆØ un elemento fondamentale del telaio. I licci (o lemmi) sono le cornici che reggono i fili dell’ordito.
Il loro numero determina il tipo di armatura (la struttura dell’intreccio tra trama e ordito) del tessuto:
2 licci/lemmi producono l’armatura base, la tela (il più semplice intreccio a scacchiera, trama sopra-uno, sotto-uno).
4 licci/lemmi: permettono armature più complesse come la saia (o sargia, che produce la caratteristica linea diagonale, come nel denim) o il raso (che rende il tessuto liscio e lucido).
11 lemmi: un tessuto “cacciato a 11 lemmi” indica una tessitura piuttosto complessa e non comune. Raramente i tessuti di canapa o lino per il corredo venivano tessuti su un numero cosƬ elevato di licci. Ć probabile che si trattasse di una tessitura operata (con motivi decorativi che si ripetono, diversa dalla semplice tela) o di una particolare tecnica per ottenere motivi complessi sulla tela. Potrebbe essere un tipo di fustagno o un altro intreccio robusto con un disegno. Potrebbe anche riferirsi a un particolare tipo di telaio locale con un sistema specifico di licci.
In aggiunta alla tessitura per il vestiario e il corredo, l’Abruzzo era rinomato per il
merletto e il tombolo particolarmente famoso a Pescocostanzo , Scanno e l’Aquila. Era un’abilitĆ manuale femminile di grande pregio utilizzata per trine, pizzi e decorazioni di biancheria e abiti.
Tessitura ad Arazzo e Tappeti: Le coperte abruzzesi, pur non essendo tecnicamente arazzi, spesso presentavano una tecnica di tessitura che le rendeva simili per la ricchezza dei motivi, tanto da essere a volte appese alle pareti come decorazione.
La nota del calzolaio dimostra come anche le piccole botteghe o artigiani tenessero traccia di affari che andavano oltre la loro attivitĆ principale, in un contesto dove la filatura e la tessitura erano mestieri vitali.



