CARACALLA E LA SUA RABBIA. UN MALEDETTO MEGALOMANE E ASSASSINO
ROMA – Quando, nel 211, Settimio Severo diventa un dio – se preferite, rende l’anima – se ne va un imperatore che è stato una manna per se stesso e meno per Roma. Al suo posto gli succedono i figli, Caracalla e Geta, anche se ai due possiamo affiancare senza patemi Giulia Domna, forse la donna più potente fino a quel momento.
Caracalla, che ha il volto perennemente arrabbiato e teso (al punto che in tutti i busti ha la stessa espressione da trucido), è sempre stato il cocco di papà, che se lo portava in prima linea mentre a Geta toccavano noiose questioni burocratiche. I due hanno caratteri diversi: Caracalla è un maledetto megalomane, bullo e violento, ma non solo. È infatti arrogante, rissoso e ambizioso come ogni buon figlio di papà. Inoltre, è superstizioso come una beghina di paese e si affida all’astrologia per prendere decisioni importanti. Geta è un debole che non si rassegna a stare nelle retrovie.
I due, da subito, sono separati in casa.
A palazzo stanno in ali diverse, mentre i loro sgherri non fanno che punzecchiarsi. La situazione non può durare, e infatti non dura: passano pochi mesi e Caracalla lo infilza come un arrosticino sotto gli occhi della madre. Sul momento, il nostro irascibile rampollo scappa, sa di averla fatta grossa.
Poi però si presenta in Senato, con l’armatura sotto la toga perché non si sa mai, e dice che è stato Geta a provocarlo e a cominciare: un classico tra fratelli, solo che di solito per frignare si va dalla mamma. Il Senato, che dopo Settimio Severo conta come il due di coppe con briscola bastoni, fa finta di niente e lo conferma al potere.
Caracalla, allora, si scatena: fa cancellare qualsiasi memoria di Geta, al punto da eliminare la sua immagine da dipinti, monete e bassorilievi. Non solo, sfrutta il suo talento da stragista e fa eliminare tutti i sostenitori del fratello, senza far caso a donne e bambini che rimangono in mezzo.
Essere parente di Caracalla non è una posizione invidiata.
Per volere paterno sposa Fulvia Plautilla, figlia di un pezzo grosso, nientemeno che il prefetto del pretorio. I due non hanno figli, né Caracalla ne avrà mai. Si dice che non consumino il matrimonio, più probabilmente qualcosa nelle parti basse di Caracalla non funziona a dovere, il che spiegherebbe anche la sua ansia di apparire come il più virile tra i virili. A un certo punto, paranoico verso qualsiasi tradimento, fa ammazzare il suocero Gaio Fulvio Plauziano ed esilia a Lipari la moglie e Ortensiano, il cognato. Poi li fa giustiziare.
Caracalla in realtà si chiama Marco Aurelio Severo Antonino Pio Augusto ma è soprannominato così per via di un mantello celtico con tanto di cappuccio che porta sempre, al punto che diventa di moda. La sua vera ambizione è di diventare il più grande condottiero della storia, più di Alessandro Magno, suo modello di vita.
Nel 216 va addirittura in Egitto per visitare la tomba del suo idolo. Pare che il grande Alessandro gli appaia in spirito e, vedendolo tarchiato e bruttarello, alla sua idea di esserne l’erede gli faccia un bel pernacchione, ma la storia non è verificata.
Caracalla, però, ad Alessandria è andato anche per un altro motivo: non vede l’ora di fare una nuova strage.
Gli alessandrini lo accolgono con fervore, facendo finta di dimenticare che fino ad allora l’imperatore è stato oggetto di una satira di grande successo. La bassa statura, l’espressione ingrugnata, la virilità sospetta e l’attaccamento morboso alla mamma Giulia sono al centro di gustose gag. Caracalla, sportivamente non se la prende, poi fa radunare i giovani della città con la scusa di offrire feste, banchetti e far arruolare chi vuole.
Al suo ordine, per citare “Il Gladiatore”, i soldati scatenano l’inferno: 20mila giovani alessandrini rimangono sul campo, col mare che diventa rosso di sangue. Da allora, chissà perché, riviste e programmi satirici chiudono bottega.
Caracalla rappresenta insomma una grande novità per i romani. Fino a lui, erano abituati a governanti saggi e sani di mente o a pazzi sanguinari. Lui è diverso, non è pazzo ma è comunque terribilmente sanguinario.
A livello di governo, Caracalla dura in solitudine per sette anni. Un periodo in cui, memore dei consigli paterni, fa di tutto per ingraziarsi l’esercito, aumentando le paghe a scapito delle casse dello stato. Si impegna continuamente in campagne militari per aumentare il suo status di condottiero, ma non cava un ragno dal buco.
Con la propaganda, fa passare accordi coi nemici come trionfali successi, attribuendosi titoli mai visti come Germanicus maximus e Alemannicus.
A livello politico si disinteressa delle questioni interne e lascia la madre Giulia Domna a governare, tanto che la sua figura – non priva di ombre – è quella di una vera imperatrice.
Quando Caracalla sta preparando la sua più grande impresa, una guerra contro i Parti propiziata dal rifiuto del re di dargli in sposa la figlia (il sovrano gli risponde inventando il gesto dell’ombrello), ha appena 29 anni e un futuro di stragi davanti. Il nostro ha però sottovalutato una legge fondamentale dei rapporti umani: se tratti tutti di me*da, prima o poi qualcuno ti presenta il conto.
Mentre sta andando a Carre, scende da cavallo per fare un pit-stop dietro la fratta (non c’erano ancora gli Autogrill). Un certo Marziale, una delle sue guardie personali, ne approfitta per testare la spada nuova proprio sull’imperatore che cade, colpito da un attacco di mortostecchite. Caracalla aveva fatto uccidere il fratello di Marziale ma, in un tipico eccesso di confidenza da dittatore, lo teneva comunque come bodyguard.
Una fine ingloriosa per un condottiero che si era ricoperto di gloria posticcia. Al suo posto prende il potere il prefetto del pretorio Macrino, secondo alcuni vero mandante del delitto.
Come si dice di solito dei dittatori, però, anche Caracalla ha fatto cose buone, ne ricordiamo un paio. La Constitutio Antoniniana, con cui concedeva la cittadinanza romana a tutti gli abitanti liberi dell’impero, e le Terme che portano il suo nome, le più sontuose all’epoca e ancora oggi una delle grandi meraviglie di Roma.
*L’immagine è una ricostruzione AI basata sulle immagini dei tanti busti e sulle descrizioni nelle fonti.




