QUANDO HEMINGWAY IN “ADDIO ALLE ARMI” DEDICO’ ALCUNE PAGINE AL NOSTRO ABRUZZO
Nel suo celebre romanzo “Addio alle armi”, il grande scrittore americano Ernest Hemingway riserva alcune pagine all’Abruzzo. Il protagonista del libro, infatti, è un autista di ambulanze che, impegnato al fronte, stringe amicizia con un cappellano militare abruzzese.
Le descrizioni alternano paesaggi aquilani a scorci di Capracotta, che è in Molise: all’epoca, occorre ricordarlo, Abruzzo e Molise erano ancora una sorta di entità unica.
Così l’uomo descrive la sua regione:
“A Capracotta, mi aveva detto, c’erano le trote nel torrente sotto la città; era proibito suonare il flauto la notte, quando i giovanotti facevano le serenate. Soltanto il flauto era proibito. Perché? Avevo chiesto. Perché alle ragazze non faceva bene udire il flauto di notte.
I contadini chiamano tutti Don e quando incontrano qualcuno si tolgono il cappello.
Suo padre andava a caccia ogni giorno e si fermava a mangiare nelle case dei contadini. Per loro era sempre un onore. Uno straniero, per cacciare, deve presentare un certificato che non è mai stato arrestato.
C’erano gli orsi sul Gran Sasso d’Italia, ma era lontano. L’Aquila era una bella città. D’estate la notte faceva fresco e la primavera degli Abruzzi era la più bella d’Italia, ma quel che era bello era l’autunno, per andare a caccia nei boschi di castagni.
Gli uccelli erano tutti buoni perché si nutrivano d’uva e non c’era mai bisogno di preparare una colazione perché i contadini erano sempre onorati, si mangiava in casa loro.”
Nel finale, un ultimo dialogo tra i due elegge l’Abruzzo a metafora del ritorno alle radici:
“Lei cosa farà dopo la guerra?
– Se mi sarà possibile tornerò negli Abruzzi.
Vidi il suo viso irraggiare improvvisamente di piacere.
– Vuol molto bene ai suoi Abruzzi?
– Sì, molto bene.
– Il suo posto allora è là.”



