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BRIGATA MAIELLA: OTTANT’ANNI FA L’ULTIMA MARCIA DEI PARTIGIANI CHE LIBERARONO L’ITALIA

Da Brisighella alle Alpi, la lunga epopea di una brigata partigiana che scrisse una pagina unica nella lotta di Liberazione. Oggi, 80 anni dopo, il ricordo di quegli uomini resta vivo come monito e insegnamento.

Era il 15 luglio del 1945 quando nella piazza di Brisighella si chiuse una delle esperienze più straordinarie e coraggiose della Resistenza italiana. Ottant’anni dopo, il sacrificio e l’ideale della Brigata Maiella continuano a parlare al nostro presente. Quel giorno, i combattenti che avevano attraversato l’Italia da Sud a Nord per liberarla dal giogo nazifascista si sciolsero dopo 15 mesi di guerra ininterrotta. Tornarono a casa, ma nulla sarebbe stato più come prima.

Lo ricorda Gianni Melilla, ex deputato e oggi Segretario della Fondazione Brigata Maiella, in un approfondito articolo che restituisce dignità e memoria a una formazione partigiana tanto atipica quanto determinante. In quella giornata del luglio 1945, a rendere omaggio ai combattenti c’erano il governo italiano, rappresentanti degli eserciti inglese, polacco e italiano, e le bande militari dell’VIII Armata britannica e del II Corpo d’Armata polacco. Parole solenni vennero pronunciate dal Ministro Emilio Lussu, anche a nome di Ferruccio Parri, Presidente del Consiglio.

La Brigata Maiella fu l’unica formazione partigiana decorata con la Medaglia d’Oro al Valor Militare. Non era un reparto come gli altri. Non obbediva alla monarchia che aveva tradito l’Italia con il fascismo; i suoi uomini rifiutarono l’arruolamento nel rinato esercito regio, scegliendo invece di combattere sotto il comando alleato, prima inglese e poi polacco. Condividevano i valori della Resistenza: libertà, giustizia, democrazia.

Al comando c’era Ettore Troilo, avvocato socialista e antifascista di Torricella Peligna, già collaboratore di Giacomo Matteotti. Il suo vice era Domenico Troilo, giovane comunista di Gessopalena, segnato dalla tragedia personale dell’uccisione della madre per mano dei nazisti.

Dal cuore dell’Abruzzo, la Brigata crebbe fino a contare oltre 1.300 partigiani. Attraversarono il fronte tra la linea Gustav e la linea Gotica, furono i primi a entrare in città come Sulmona, Pesaro, Bologna, Brisighella e Asiago. Resistettero in prima linea per mesi senza essere mai sostituiti, in condizioni fisiche estreme. Il comandante polacco Lewicki scrisse che “la Brigata Maiella non veniva cambiata nemmeno per due mesi, contava solo sulle proprie forze, sempre in allerta”.

L’epilogo, però, non fu una festa. Al loro ritorno, i combattenti trovarono un Abruzzo in macerie: città distrutte dai bombardamenti alleati, paesi annientati dalla “terra bruciata” nazista, famiglie disperse, nessun lavoro, e spesso nessun riconoscimento. Le speranze di un’Italia nuova furono presto disattese e molti di quei patrioti vissero discriminazioni e dimenticanza.

Eppure, non tutto fu perduto. La voglia di rinascita prese forma anche attraverso simboli. Nella Pescara devastata, nacque nel 1945 una corsa ciclistica dedicata a Giacomo Matteotti, divenuta ben presto un appuntamento nazionale. Quel Trofeo Matteotti, che si correva tra le macerie, fu anche un atto di resistenza civile: la volontà di costruire, di andare avanti, di non dimenticare.

Oggi, 80 anni dopo, la lezione della Brigata Maiella è più attuale che mai. Uomini semplici, mossi solo dall’amore per la libertà e la giustizia, capaci di sacrificarsi per un’idea più grande. Il loro esempio resta una pietra angolare della democrazia italiana. Non solo un ricordo, ma un’eredità viva.

Grazie, Brigata Maiella.

Domenico Verlingieri

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