QUANDO ERAVAMO POCO PIU’ CHE SCIMMIE: IL LAGO DI LESINA (PUGLIA) E I SUOI TESORI DI ERE GEOLOGICHE LONTANE
C’è un angolo di Daunia dove il tempo si è nascosto sotto la crosta della terra, tra sedimenti, bonifiche e lagune salmastre: il lago di Lesina. Qui, ai margini del Gargano, affiorano le tracce di un’antichissima frequentazione umana risalente al Paleolitico medio: il cosiddetto Musteriano, periodo legato all’uomo di Neanderthal e ai Proto-cromagnonoidi.
I primi a intuire la presenza di manufatti in selce in questa zona del Gargano furono pionieri come il Centonza, che a fine Ottocento già raccoglieva reperti lungo il pantano (le collezioni Centonza sono oggi conservate presso il Museo Comunale di Lucera e nel Museo Pigorini di Roma). Poi fu il turno del dottor Alerino Palma di Cesnola, che negli anni ’50 recuperò una cinquantina di manufatti in contrade come Fischino e Cammarata. Ma il sito, di fatto, rimase inesplorato fino a tempi recenti.
Colpa delle bonifiche. Le opere idrauliche degli anni Trenta e poi quelle tra il 1970 e il 1990 – scavi profondi, arginature, canali artificiali – hanno alterato o cancellato la stratificazione originaria. Tuttavia, è proprio tra i materiali di riporto di queste bonifiche che Antonio Lombardi, tra il 1980 e il 1990, ha raccolto circa 200 reperti lungo le sponde occidentali e meridionali del lago.
La maggior parte di questi manufatti è in selce grigia, con una patina scura che tradisce l’antichità: parliamo di strumenti musteriani, databili al pieno Würm I (tra 100.000 e 80.000 anni fa), prima che la linea di costa si alzasse e il lago assumesse l’aspetto attuale.
Lo studio dettagliato ha isolato 103 oggetti: strumenti di taglio e lavorazione, tra cui raschiatoi corti, denticolati, punte, grattatoi. Alcuni realizzati con la tecnica Levallois, altri più semplici. Le forme variano da piccole lamelle di 26-50 mm a schegge più lunghe (fino a 100 mm).
La lavorazione è chiara: supporti piatti o molto piatti, e pochi che risultano spessi. Come dicevamo, le patine profonde confermano l’antichità; il tipo di ritocco – spesso erto o scalariforme – suggerisce un uso pratico, quotidiano. I talloni (cioè la base dei manufatti) mostrano un mix di tecniche, con prevalenza di quelli faccettati e lisci.
In generale, lo schema tipologico, secondo il metodo Bordes, colloca l’insieme di Lesina nel Musteriano ‘non Levallois’. I raschiatoi costituiscono oltre la metà del campione, seguiti dai denticolati, mentre le punte sono poche e non particolarmente sofisticate.
Confrontando l’industria di Lesina con altre stazioni musteriane del Gargano – come Grotta Spagnoli, Piani di S. Vito e S. Andrea – emergono evidenti affinità: preferenza per i raschiatoi corti, uso limitato di punte, abbondanza di denticolati. Proprio la denticolazione, secondo Palma di Cesnola, segna un tratto evolutivo e “terminale” di questo aspetto del Musteriano.
Lesina, insomma, è più vicina a S. Vito e S. Andrea che a Grotta Spagnoli (strati più antichi), e potrebbe rappresentare una fase avanzata del Musteriano garganico. Un’industria di superficie, sì, ma tutt’altro che secondaria.
E così, sulle sponde tranquille di un lago che un tempo era pianura, si affaccia la memoria dimenticata di un’umanità antica, che sapeva lavorare la selce, seguiva le acque, e lasciava tracce, forse senza sapere che un giorno, secoli dopo, qualcuno le avrebbe cercate nei detriti di una bonifica.



