L’ABITO NON FA IL MONACO MA…LO FA RICONOSCERE

di Luigi Liberatore – Mi è stato sempre difficile essere in linea con la magistratura, rispettandone tuttavia sempre le valutazioni e le interpretazioni anche quando si infrangevano sul mio modo di vedere o di analizzare le vicende. Ho provato su di me verdetti di ogni tipo; sono stato condannato e assolto senza mai scegliere di andarci a sbattere coi tribunali, ma condotto alla sbarra da questo sortilegio, che poi è il fascino da cui non so sottrarmi dai tempi del liceo: scrivere. Fare, poi, il giornalista. Era inevitabile che ci finissi tra le maglie strette di magistrati e giudici, ma non sto qui a riflettere su di me perché ci sono ancora dentro, e da quel fesso imperterrito che sono mi avventuro di nuovo su un sentiero impervio: l’ordine di servizio emesso dal procuratore capo presso il tribunale di Sulmona che vieta, dal 17 giugno prossimo, di entrare nel palazzo di Giustizia in abiti irrituali, vestiti cioè en plein aire, secondo moda e temperature che facciano pensare agli uffici giudiziari come a un lido balneare. Questa volta devo dire che l’alto magistrato è stato inequivoco, ha assunto cioè le funzioni di padrone di casa dettando regole di bon ton per inquilini, abituali frequentatori e occasionali visitatori. Io ho capito che il richiamo fosse per gli abituali frequentatori del Palazzo, per avvocati e avvocatesse i quali nella loro lingua citano spesso che “la forma è sostanza”, salvo poi a dimenticarlo in estate per far sfoggio di gonnelline vol-au vent, infradito, cappelli di paglia e perfino pantaloncini corti. Sotto la canicola, in tribunale non sai mai chi ci sia sotto quelle camicie variopinte che sfilano per i corridoi, se un portoricano in cerca di cittadinanza o il suo legale. Ha senso l’ordinanza emessa dal magistrato, sebbene si sussurri che abbia assunto la veste del responsabile di un atelier o quella del Priore di un convento. Mi trovo in linea col magistrato. Temo, tuttavia, che dopo questa mia riflessione non troverò per le mie necessità manco l’avvocato d’ufficio.

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