IL CASO DI PIERO: L’OBBLIGO DI DIMETTERSI

di Massimo di Paolo – Non credo che a Sulmona qualcuno abbia voluto tentare in questi mesi ultimi scorsi, una spallata politica o mediatica – come qualcuno afferma- contro l’Amministrazione comunale.  Non ci sono state mai le controparti. Il sistema politico è diventato primitivo a Sulmona; frammentato in fazioni e banale nelle abilità di preveggenza per un ipotetico sviluppo. A tal punto che non si è sentita la necessità di rappresentarsi un’alternativa politica dai valori forti. Meglio forse dire che nessun gruppo politico, pur nella propria ambivalenza, si è sentito in grado di offrire o far emergere una alternativa possibile. Certo è che le condizioni, caratterizzate fin da subito da cerchi magici e da capetti, sono diventate rapidamente peggiori dei modelli dei partiti che hanno caratterizzato il Novecento con equilibri ormai immutabili al di là dei migliori propositi.

La narrazione politica di questi ultimi due anni è facile da comprendere per ogni cittadino sulmonese attento. Dentro un grande spazio grigio fatto di rumore, di inconsistenza, si è creata una terra di nessuno priva di governo e di indirizzi. I fatti che sono avvenuti sono stati fatti derivati da insipienza nella guida e nel coordinamento e tutti hanno potuto osservarli. Perfino la lunga gestazione che ha preparato il cambiamento della giunta ha risentito di una pavidità evidente e soprattutto di un atteggiamento di senile gregarietà. I fatti si ripetono. Come può, in una situazione così critica, un sindaco non conoscere i profili dei neo assessori e non anticiparne gli effetti politici? Come si può non avere consapevolezza delle competenze, della storia politica, dei livelli di autonomia, delle esperienze pregresse e in atto? Come si può chiudere un periodo di conflitti e di criticità e riaprirne uno simmetrico al precedente; con contraddizioni simili se non peggiori, con incoerenze, con scelte e posizioni politiche inopportune? Non si parla di persone. Ma di quelle che le persone dentro sono.

Le scelte politiche, gestionali, amministrative; la trattazione e la chiarezza del dialogo politico sono un prodotto di quello che si è. Soprattutto l’ambivalenza di chi non vuole vedere è frutto di quello che si è. Le dichiarazioni giustificatorie, enfatiche e prive di consistenza dell’ultimo Consiglio comunale; una sudditanza marcata e umiliante verso un PD dispotico; la posizione assunta per la gestione dei fatti sull’affidamento del servizio mensa; la delibera per l’esternalizzazione del servizi di trasporto; le variazioni per il canile municipale, il silenzio sulle politiche del lavoro, sanitarie, della scuola, del sociale; rivelano un livello di opportunismo cinico che prova, oltre ogni ragionevole dubbio, che le dimissioni e la chiusura di questa esperienza debba essere un auspicio, una benevolenza per la città. Un obbligo. In un Consiglio comunale che è tornato ad essere un “Parlamento cittadino” e non più un simulacro; si è tornati a discutere con un dibattito non più anestetizzato. Questa è la sola novità che fa ben sperare. Speranza tutta a favore di una opposizione ricentrata e ricostituita nei fini e nelle modalità. Ma con quale considerazione di sé e del ruolo si può ancora andare avanti. Le cose stanno peggio di prima caro sindaco. Come intuì fin da subito e come spesso, a tutti, ricordato. Certo tornare ad essere umile cittadino nelle semplici funzioni lavorative può costate tanto. Rinunciare ai benefici che un ruolo importante attribuito dagli elettori ma tradito dai fatti, dalle consistenze e dalle decisioni prese è faticoso se non doloroso. In questo troviamo e riconosciamo la componente umana e di rinuncia che la scelta richiede.  Ma è doveroso. Perché il progetto politico è fallito. Perchè il progetto evolutivo per la città non esiste. Perché è mancata una continuità nella pianificazione delle azioni. Perché manca una visione unitaria della città in grado di rappresentarne i bisogni di tutte le classi sociali, di tutte le aree urbane, di tutti i servizi necessari di interventi radicali. Perché manca una amalgama nelle rappresentanze politiche di maggioranza fatta di intenti, di convinzioni, di contaminazioni di saperi e di cultura. Lei sindaco è stato solo fin da subito. La cintura di salvataggio fatta dai professionisti della nuova giunta poco può fare. Se non tenerla a galla! Ma forse questo è da molto tempo il suo unico obiettivo.

5 commenti su “IL CASO DI PIERO: L’OBBLIGO DI DIMETTERSI

  • Ancora una poesia e niente fatti, nomi o certezze.
    Ancora nessuno vuole fare o discutere poiché annientati da una politica locale suicida.
    Le responsabilità amministrative e politiche non esistono più e la magistratura è in tilt.
    Adesso si capisce perché l’estremismo prende e prenderà sempre più piede anche se purtroppo farà danni.

  • Ma come si può credere ancora a questa amministrazione dopo che hanno perso due anni di tempo. Da essere importatori del cambiamento ecc ecc ecc si sono ridotti a non riuscire neppure a mantenere in ordine la città pulita e accogliente. Ora stiamo perdendo anche il mercato che e’ormai una tristezza.
    Non e’ più possibile crederci. Meglio un onesto e formale commissario.

  • caro temp sei di parte perche fai parte dei vecchi volponi!
    giusta l’analisi giusta l’ipotesi e giusto il doveroso chiudere l’esperienza.
    Insulsi sono le tue anonime considerazioni fatte da dietro lo schermo prova a farle sull’operato di questi maramaldi che da due anni hanno abbandonato la città!!!!

    • Touche!?
      Caro insulso, è la mia di opinione e non è detto che sia corretta e altrettanto si può dire della sua. Il doveroso chiudere l’esperienza è prerogativa della Giunta Comunale e del Sindaco e le decisioni prese, come sa sono andate verso un’altra direzione e le “mie anonime considerazioni come d’altronde le sue”, sono nel complesso positive e di andamento opposto rispetto al passato disfattista che lei non sembra vedere tale. Così come “può essere lei uno dei vecchi volponi delusi, recriminanti e scalpitanti”.

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  • Non credo che vi siano partiti pronti a nuove alleanze. Politicamente si è distrutto anche l’impossibile, non esiste più una politica sul territorio degna di tale nome.
    La “senilità politica” dei finti “volponi della politica”, ha fatto in modo di autodistruggersi in un crescendo di presunta “magnificenza auto celebrativa”, con l’unico risultato di aver distrutto l’intero tessuto sociale cittadino.
    Si potrebbe parlare di un esperimento sociale il distruggere la città senza alcun ritegno e risentimento, se non fosse che e già vero.
    L’unico suggerimento che mi viene da darvi è quello di reinventarsi totalmente dalle radici…. alla testa se vi è rimasta, passando per un cuore, se anch’esso ancora vi batte in petto.
    Questa è la risposta ai suoi tanti insulsi PERCHÉ.

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