MA CHE NON FOSSE COLPA DEGLI INTELLETTUALI

di Massimo di Paolo – Tutti i regimi li hanno corteggiati. Desiderati a “corte” come confidenti, analisti, critici, uomini immagine. La storia ne ha tratteggiato spesso i profili. Qualcuno, tra essi, ha seminato coerenza, autonomia di pensiero, profonde e sottili capacità di analisi. Ha assunto posizioni scomode, partigiane, rivoluzionarie. Altri, i più, flessi secondo la direzione delle brezze, secondo beceri tornaconti. Il pensiero, le idee al gioco delle tre carte. L’intellettuale, in vari modi e con diverse rappresentazioni, invade le menti. Entrano nelle case attraverso i sistemi di informazione, nutrono i dibattiti, i confronti politici, trasformandosi in massa informe di tuttologi. Sponsorizzano gli approcci culturali emergenti a fronte di un populismo dilagante.

Abbiamo ancora bisogno degli intellettuali? È uno dei testi che presentiamo oggi su “Libri & Visioni”. Franco Brevidi, tratteggia, l’apparizione e il divenire degli intellettuali, attraverso riferimenti storici e concreti esempi di cronaca. Lettura seria per capirne le dimensioni evolutive più attuali. Ma se tifoseria può esserci, allora tifiamo per la lettura di una piccola riflessione letteraria che più chiara non potrebbe essere: Psicopatologia del radical chic. Narcisismo, livore e superiorità morale nella sinistra progressista. Di Roberto Giacomelli, edito da edizioni libere. Il sottotitolo è una sintesi esplicativa che la dice lunga sulla narrazione di una certa tipologia di intellettuali. Nel 1970 Tom Wolfe lanciò la definizione di radical chic per pitturare una sorta di casta con l’animo rivoluzionario. Ipocrisia che trasudava da ghetti per ricchi ammantata da solidarietà rivoluzionaria. Pronti a battersi per ogni principio ma in ordine con i propri interessi. Venivano chiamati gauche caviar, la “sinistra al caviale”. Intellettuali dal conto bancario solido spesso collocati nelle posizioni di prestigio della sanità, magistratura, istruzione, editoria. Una narrazione dell’intellettuale fuori misura, senza difese, tenuta sommersa sempre. Gli intellettuali: un pensiero unico liberal e di sinistra, una sorta di soft power. Movimenti di origine borghese, privi di martiri, privi di azioni di riscatto, immersi nella vita depurata da responsabilità e decisioni. Asservimento e sudditanza restano, spesso, i canoni di riferimento. In tante occasioni, la parola, la narrazione, la drammatizzazione in video, come strumenti per professionisti della menzogna.
Una caratterizzazione dell’intellettuale moderno: stupire sempre. Brillante, critico, divergente, senza sporcarsi con la plebe. Un palmo sopra, per sentirsi appartenente all’élite. Volare alto, con la maieutica vuota del tutto e nulla, lo tranquillizza, lo rassicura, lo rende intoccabile. Severa descrizione quella di Roberto Giacomelli, tra il sociale e il clinico, una narrazione su personalità nevrotiche che gestiscono il dibattito pubblico emettendo sentenze, scomuniche, assoluzioni. Dando lo smalto agli indirizzi politici del momento con una partigianeria spudorata. D’altronde, scriveva Sabino Cassese, l’intellettuale non può stare nel campo di battaglia. Deve stare sulla torre per osservare, vedere, può mettere in guardia, ma sempre nella torre deve restare. “Alla sua capacità di fare prediche non sempre corrisponde quella di seguirle: può insegnare il buon governo, non sapendo governare bene”.

Agli intellettuali, Jacques Prévert scriveva:
Non bisogna lasciar giocare gli intellettuali con i fiammiferi
Perché Signori miei se lo si lascia solo
Il gran mondo mentale miei Sssignori
Non è per niente allegro
E non appena è solo
Lavora arbitrariamente
Innalzando tutto per sé
Con tante chiacchiere generose sul lavoro dei muratori
Un auto-monumento
Ripetiamolo dunque miei Ssssignori
Se lo si lascia solo
Il monto mentale
Mente
Monumentalmente.

One thought on “MA CHE NON FOSSE COLPA DEGLI INTELLETTUALI

  • Complimenti al recensore e all’autore!
    Non di solo pane vive l’uomo, essere bisognoso di cultura, di grandezza morale e di validi referenti culturali. La crisi odierna di autorità culturale non elimina la necessità di una tale autorità. Si comincia col chiamare le cose per nome e con lo sgomberare il terreno. Già questo lavoro porta con sé il richiamo fondamentale a un bene spirituale di primo ordine, oggi appena riconoscibile e riconosciuto: la verità! L’ordine del vero è infinitamente superiore a quello degli interessi (pur essendoci interessi legittimi per cui impegnarsi), se è vero che non di solo pane vive l’uomo.

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