TRA MUSICA, POESIA E IMPEGNO CIVILE: GIORGIO GABER E ENZO JANNACCI

di Massimo di Paolo – Si sono inseguiti ancora. Anche ora che non ci sono più. Di nuovo insieme con l’edizione di due libri non belli. Belli assai. “E pensare che c’era Giorgio Gaber” di Andrea Scanzi e, a seguire, “Enzo Jannacci. Ecco tutto qui” di Paolo Jannacci ed Enzo Gentile. Difficile, scorretto, non opportuno presentare libri in coppia. Forse. Sono le piccole illazioni di chi fa della lettura un culto farmaceutico.

Gaber, Jannacci e Dario Fo

Eppure per chi ha amato Giorgio e Enzo parlarne in coppia diventa quasi una speculazione emotiva, un bisogno di esegeti dei testi, una prassi romantica da intellettuali. 

Il primo, narra e tratta, la questione Gaber, con l’affetto dell’amore eterno. Con la dimensione della mancanza che rasenta l’idolatria.  Il secondo mette ordine nella storia musicale, di produzione e personale, del più divergente e creativo dei cantautori cosiddetti impegnati, che ci ha accompagnato dagli anni 50 al 2000.

Giorgio ed Enzo; Enzo e Giorgio.

Copertina del libro di Scanzi

Per entrambi umanità, talento, fisicità, ironia e mimica. Una mimica che induceva all’ascolto partecipato, che dava vita alla musica recitando. Cantautori da teatro. Quello impegnato, per intenditori, quello di chi, anche ascoltando musica, vive il proprio civismo e la propria partecipazione.

Qualcuno ha detto che potrebbero essere il primo partito di opposizione di oggi. E, aggiungiamo noi, per diritto acquisito, dovrebbero trovare spazio nei libri di educazione civica scolastici. Dovrebbero sedimentarsi con le loro musiche, i loro rimandi, le loro metafore, nelle coscienze dei più giovani perché necessari, ancora necessari, per infondere dubbi e dissenso. Le due edizioni potrebbero essere “guide” per artisti.  Manuali per definire e ridefinire il ruolo della canzone, del teatro e degli attori in un contesto sociale a rapido mutamento. Rappresentazioni, narrazioni, spaccati di vita, con  testi,  musiche, significati che ci parlano di quelle passioni profonde che mossero il loro agire di cantautori, un po’ saltimbanco e un po’ poeti.

Bellissima la raccolta di pensieri e testimonianze che Scanzi inserisce in: “dicono di Giorgio”.  Quella di Walter Veltroni, una tra le tante, dice: “Mi piaceva la sua sincerità, l’assenza di quei freni automatici, spesso figli di cinismo e furbizia, che portano, nell’industria culturale, a cercare sempre quello che piace a tutti”. Jannacci, un mistero buffo, così forse lo avrebbe descritto Dario Fo. Ironico, sornione, caleidoscopico nella vita, soprattutto quando diventava musicista. Entrambi testimoni. Artisti di rango e testimoni senza paura, in grado di dare voce alle parti deboli, ai vuoti a perdere per dirla alla Bauman, ai derelitti. Filmakers della società dimenticata riprodotta con note e parole.

“Libri & Visioni” non poteva non presentare ai propri lettori questi libri di arte, musica e ricordi. Tanti ricordi.  Due rappresentazioni dell’Italia, della canzone italiana e di due storie di vita simili in parte, divergenti per altro. Qualche difficoltà per riporli in libreria dopo averli letti, riletti, spulciati, segnati, piegati, vissuti e possibilmente “ascoltati”. Tra quelli di musica? O di storia, di antropologia culturale,  o forse di cronaca? E perché non accostarli ai libri di politica, di sociologia, di fotografia? Noi li metteremo accanto ai testi di “civismo politico”. Di cui, prima o poi, vi parleremo.

  • Enzo Jannacci, di Paolo Jannacci e Enzo Gentile, edizioni Hoepli
  • E pensare che c’era Giorgio Gaber, di Andrea Scanzi, edizioni PaperFirst