IN RICORDO DEL PROFESSORE GIUSEPPE PAPPONETTI

“Caelum certe patet”. Per me non sei mai andato via, anzi la tua assenza fisica è diventata presenza interiore, ingombrante e leggera. Mi hai fatto compagnia sempre, in tutto questo tempo così secolare che è diventato un respiro, un soffio, un refolo di sigaretta, la tua, azzurrino e impalpabile come il tuo sguardo pensoso. Anni belli, quelli d’archivio, quando tra le carte cercavi lui, il tuo Ciofano, ed io, scoprendo la tua parte giocosa, ti feci trovare una cartuccella con “l’autografo”, la firma da te agognata e fino ad allora introvabile, a sigillare un documento. Fui brava ad inventare qualche segno plausibile vergato con un mio inchiostro antico ed un pennino usato da oltre cento anni. Per un po’ tu ci credesti. Come si fa a dimenticare un sorriso pieno tra i baffi e la sigaretta…? Di fatto ridesti con gli occhi, i tuoi occhi che riuscivano a trovare l’impossibile perché erano sempre collegati con la conoscenza ed il cuore. Ti portai fortuna e dopo qualche mese “uscì” il documento che cercavi. Ercole Ciofano venne allo scoperto e grazie a te, come te, sarà per sempre. Appena entrato in sala studio – il loden sulle spalle, gli occhi fissi nei miei – mi apostrofasti dicendo che non era più il caso che ti chiamassi professore, né che ti dessi del “lei”. Io, seduta dietro la scrivania, volai come Icaro dalla posizione di studentessa (tale mi sentivo con te) a quella di “apprendista paroliera”. Non si sciolsero mai le mie ali al sole, perché la mia luce personale, il mio sentiero si stava tracciando pian piano insieme a te. Tu già sapevi dove sarei andata a parare un giorno; io no. Eppure mi lanciavi piccoli continui segnali: mi regalasti, di ritorno da Firenze, un libricino vuoto che riportava, sulla copertina, il verso del “Paradiso” in cui il mio nome era netto. Rimasi stupita. Ricordo lo sguardo sornione dell’onnipresente Gianni alle tue parole che mi fecero capitolare: «Ridammelo quando l’hai scritto tutto». Da allora, a mia insaputa, mi hai tenuta d’occhio. Hai saputo della mia strada tracciata da fili d’inchiostro e parole. E ci siamo voluti bene come possono volersene uno scienziato e una (a tuo dire) “citilona”.Eppure mi parve strano quando, senza bussare, entrasti nel mio piccolo personale paradiso: la mia stanzetta d’archivio, la mia cappella Sistina, dove volavo e sognavo a piacimento lungo i sentieri delle storie e della storia. Ti sedesti vicino a me e cominciasti a parlare. La città, la tua città ti aveva ferito a morte con un obolo (non era più di tanto) per organizzare il premio Capograssi e non solo. Rimasi ammutolita e attonita perché non avrei mai potuto saggiare tutto il dolore che ti permeava. Diventai uno scoglio ed aspettai che il tuo mare in burrasca si placasse. Cominciò tutto da lì. Perché il dolore scava e corrode. Non dà scampo.Verrò da te anche oggi, come ogni anniversario. Sulla tua tomba pregherò leggendo i “Pensieri a Giulia” e tu, vicino a me, mi ascolterai.

Beatrice Ricottilli

 

3 pensieri su “IN RICORDO DEL PROFESSORE GIUSEPPE PAPPONETTI

  • 8 Luglio 2022 in 16:35
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    La cultura è eleganza. Il tuo modo di ricordare Papponetti è elegante, come elegante e profonda fu la sua vita di intellettuale. Bravissima. Fai volare chi ti legge.

  • 7 Luglio 2022 in 22:21
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    Bellissimo articolo. Complimentoni

    • 8 Luglio 2022 in 00:27
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      Concordo pienamente con quanto espresso… davvero un bellissimo articolo ed un grande tributo al professore !

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