PERCHÈ METTERE ALLA PORTA IL TRIBUNALE DEL MALATO?

di Luigi Liberatore – Oggi all’ospedale di Sulmona, alla presenza dell’assessore regionale alla Sanità, Nicoletta Verì, del direttore generale della Asl, Ferdinando Romano, del consigliere regionale della Lega, Antonietta La Porta, si è tenuto un incontro per puntualizzare gli obiettivi dell’Azienda sanitaria sul territorio della Valle Peligna. Al tavolo promosso dal sindaco di Sulmona, Gianfranco Di Piero, erano seduti ovviamente anche i responsabili di reparto dell’ospedale come necessari interlocutori dei vertici politici ed amministrativi. Non era stato invitato il tribunale dei diritti del malato il cui rappresentante, seppur figura residua rispetto alla “sovranità” dei problemi da affrontare, avrebbe molto umilmente potuto offrire spunti per qualche riflessione di uso quotidiano. No. Non è stato chiamato. Abbiamo anche letto il comunicato di protesta del rappresentante del Tdm, confezionato tuttavia con un tono aggressivo e soprattutto con giudizi che sono andati oltre la legittima espressione di disappunto. Questi sono i fatti. Noi sappiamo che il tribunale dei diritti del malato non è un tavolo “giudiziario” come il termine potrebbe far credere, fa parte di una rete nazionale di assistenza al cittadino e che raccoglie le voci di protesta su vere o presunte forme di ingiustizia in fatto di sanità. Anche in fatto di organizzazione. Ma hanno deciso così e per noi poteva starci anche il TDM, soprattutto perché mica si parlava di metafisica ma di aspetti sanitari, della messa in campo delle migliori risorse per il buon funzionamento dei reparti ospedalieri e di altre iniziative capaci di risolvere storiche carenze. Ecco, il tribunale del diritto del malato poteva sollecitare i vertici aziendali della Asl ad occuparsi del Cup di Castel di Sangro, un “buco” dove a malapena si muove l’impiegato con gli utenti in mezzo alla strada senza alcun riparo. Una vergogna che va avanti nel tempo. Noi non ci meravigliamo del fatto che il tribunale del malato non è stato invitato a quel tavolo. E’ nel DNA del potere l’esercizio della arroganza che Leonardo Sciascia definiva madre della presunzione.