IL DIARIO DI SOLIMO: 14 GIUGNO 1893, “LIBERATI” DALL’OBLIO

Fabio Maiorano – Smentire un falso storico è impresa pressoché impossibile, come dimostra la vicenda del palazzo di via Peligna, ex sede della Banca Agricola, che tutti chiamano «palazzo Meliorati» per il monogramma M. L. – scolpito sul portale – che alcuni autori hanno interpretato per errore come iniziali di Meliorati Ludovico, o anche di Magagnino Ludovico. Accertato, catasti alla mano, che né i Meliorati e né i Magagnino avevano proprietà in quel distretto (i Meliorati risiedevano in porta Sancti Pamphili, i Magagnino nella zona di via Quatrario, a confine con le mura cittadine), è opportuno precisare che in nessun documento “storico” i cognomi precedono i nomi di battesimo; di conseguenza, quelle iniziali vanno lette correttamente nel verso del nome e cognome perché appartengono a persona il cui nome principia per «M» e il cognome per «L». In ultimo, non si può tacere che i Meliorati hanno dato un pontefice alla Chiesa, il papa Innocenzo VII, la cui insegna è conosciuta e non ha nulla in comune con la “marca commerciale” e con il monogramma M. L. sul portale del palazzo di via Peligna. Usciti definitivamente di scena i Meliorati e i Magagnino, a questo punto non resta che sciogliere il nodo del misterioso personaggio celato dietro la sigla  «M.L.»,verosimilmente il proprietario del palazzo eretto nel distretto di porta Salvatoris nei primi anni del Cinquecento, quando i Meliorati – per inciso – si erano già estinti. La ricerca è stata premiata dalla scoperta di alcuni
rogiti, uno dei quali – datato 25 maggio 1748 – dà notizie «della Casa palaziata, sita nella Parochia di S. Maria ad Nives, confinante la strada a trè lati, e li signori Gennetti dall’altro (…) verso la strada che corrisponde al Collegio de P.P. Gesuiti [attuale via Carrese]». A quell’epoca il palazzo apparteneva ad Angela Spinosa, vedova del dottore fisico Francesco Antonio de Sanctis, erede unico dello zio Diego De Sanctis, sacerdote, al quale Palazzo Liberati il portale, nella pagina precedente la marca commerciale era finito tutto il patrimonio della famiglia Liberati, palazzo compreso, per donazione della cugina Vittoria, ultima discendente di questa nobile famiglia, deceduta nubile tra la fine del 1719 e i primi mesi dell’anno seguente. Seguendo a ritroso la pista degli atti che interessano i Liberati, si è ricostruito un sintetico albero genealogico dal quale emerge che Vittoria era pronipote del nobile Francesco, vissuto nel XVI secolo. Nei catasti cittadini dell’epoca, è censito Francesco de Marino de Librato, proprietario di uno stabile in porta Salvatoris stimato 148 once, rendita che lo poneva tra i sulmonesi più facoltosi. Francesco è annotato anche come capofamiglia nel Parlamento Civico di quegli anni e come unico esponente dei Liberati nella “Lista delle Casate Nobili della Magnifica Città di Sulmona” stilata nel 1572. Nel catasto dei primi del ‘500, invece, figura Marino de Liberato che dimora in porta Salvatoris dove vive di propria industria, precisata in altri documenti nella professione ad contractus Judex, il giudice che affiancava il notaio nella stesura dei contratti. Mistero svelato: il monogramma M. L. si riferisce a Marino Liberato, “giudice a contratti” che per ragioni professionali si dotò di un sigillo, lo stesso che connota la coppia di scudi sul suo palazzo di via Peligna. Risolto l’arcano, è d’obbligo riannodare la vicenda lasciata in sospeso nel 1748; come detto, proprietaria del palazzo era Angela Spinosa che nel 1804 cede l’immobile ai Mazzara con i quali aveva contratto consistenti debiti. dal “vecchio Catasto Fabbricati”, impiantato nel 1877, si apprende che nel 1879 acquista il palazzo l’avvocato Agostino degli Espinosa, forse discendente della citata Angela; in pessime condizioni, l’immobile è venduto dopo soli due anni (1881) al commerciante Antonio d’Alessandro che però, indebitatosi con le banche, è costretto a dichiarare fallimento agli inizi del 1893. Gravato di un’ipoteca della Banca Agricola, il palazzo è messo in vendita giudiziale e aggiudicato il 14 giugno 1893 alla stessa banca, che per ottant’anni – fino al 1974 – ne ha fatto la propria sede operativa e di rappresentanza. Fin qui la storia vera e
documentata, ma temo che queste poche righe non riusciranno a cancellare un clamoroso falso storico e, soprattutto, non saranno sufficienti a restituire il nome della famiglia Liberati alla memoria collettiva…