IL DIARIO DI SOLIMO: 24 APRILE 1677, IL BRIGANTE DI SANGUE BLU

Fabio Maiorano «Il signor Giuseppe Grua per nomine detto il Barone Giuseppe de Capite (…) da molti anni si trova esiliato dal Regno». Questa notizia, che compare in un atto rogato il 24 aprile 1677 dal notaio Berardino Sebastiani, racconta della lunga latitanza di questo “barone brigante”, la cui storia singolare e rocambolesca merita di essere raccontata, massimamente per i singolari risvolti che la caratterizzano e per le inattese informazioni che fornisce. Figlio di Francesco Grua-de Capite, Giuseppe sposa nel 1641, a 15 anni, Andreana De Sangro, dei baroni di Bugnara. Nel 1656 – racconta la moglie in un memoriale – Giuseppe ipoteca la terra di Musellaro, portata in dote da Andreana, ai fratelli Domenico Antonio e Marcantonio Tabassi. Non potendo estinguere il debito, il feudo passa di mano, nel 1569, per 3.605 ducati, sebbene su quelle terre gravino le ragioni dotali di Andreana. Nel tempo, la situazione finanziaria e “personale” del barone Giuseppe si fa sempre più critica, tanto che nella primavera del 1666 il barone Giuseppe – così la denuncia del vescovo Gregorio Carducci – è tratto in arresto all’interno del palazzo vescovile, dove si era rifugiato, e tradotto nel carcere di Aquila insieme con altri briganti in combutta con il famigerato bandito Giulio Pezzolla «li quali oltre molti eccessi, e delitti gravi per prima commessi, ne commetterono giornalmente degl’altri (…) et particolarmente di homicidij d’assassinio di persone Ecclesiastiche, e d’un famiglio della Corte Vescovale, et erano per commetterne maggiori (…) mentre stavano in detto luogo refugiati». Le cronache precisano che il barone Giuseppe rimane in carcere per cinque anni, fino ad agosto del 1671; in questo periodo, oberato dai debiti e con l’intero patrimonio familiare sotto sequestro, è convinto dai fratelli Tabassi a permutare il suo palazzo di via Case Pente (l’odierna via Ercole Ciofano) con un altro immobile di minor valore allo scopo di recuperare un po’ di denaro con cui… tirare a campare. Uscito dal carcere, il barone Giuseppe capisce di essere stato raggirato e intenta una causa contro i Tabassi per cercare di recuperare il palazzo di famiglia, quello con la stupenda bifora e col portale durazzesco lavorato nel 1499 da “mastro Petro da Como”. È tutto inutile, però. Caduto in disgrazia, Giuseppe è costretto a fuggire nello Stato Pontificio mentre la moglie rinuncerà ad ogni pretesa in sede giudiziaria su consiglio degli avvocati e dei parenti; Andreana morirà nella magione paterna di Bugnara, dopo aver venduto beni di famiglia per mantenere il consorte nell’esilio di Roma.