EDUCAZIONE ALLA DIGITALIZZAZIONE

Alessandro Lavalle – Esiste un’ombra, un fantasma che infesta le nostra vite da sempre, uno spettro dalla doppia faccia; questo personaggio è nientepopodimeno che il demone che ci tormenta dall’avvento dell’umanità: il futuro.

Il futuro è sempre stato una grande preoccupazione dell’uomo, l’ignota voragine del domani che nei tempi che furono si cercava di colmare con superstizioni e fatture; con la nascita della rivoluzione industriale, delle macchine, pareva che noi uomini avessimo trovato la certezza nel ferro e nel vapore, tuttavia col passare degli anni questa nostra creazione, come tutte le creature, si è evoluta divenendo qualcosa di sempre più intangibile: l’era della digitalizzazione ha di nuovo instillato in noi il seme del dubbio, della paura del domani. In particolare, vista la quasi diabolica efficienza con cui le macchine producono, traducono, spediscono, trasportano, calcolano, misurano e costruiscono, abbiamo cominciato a temere questi congegni come sostituti all’uomo nel mondo del lavoro. Ogni medaglia ha sempre, però, due facce: come la tecnologia ha surclassato l’uomo in determinati impieghi rendendo la sua manodopera obsoleta, ha anche creato nuove opportunità lavorative, sbocchi che prima di oggi erano considerati solo delle fantasie da romanzi di fantascienza; una dualità che si riflette anche in noi consumatori, divisi in due tra chi la tecnologia la teme e chi, invece, la osanna. Questo dilemma è intrinsecamente complesso poiché l’uomo, essendo il creatore e utilizzatore di queste macchine, è esso stesso un organismo complesso. La verità circa questa preoccupazione però è un’altra.

Non è la tecnologia il nemico, bensì l’ignoranza umana. Abbiamo questa convinzione che le macchine non sono altro che strumenti servili e in questo modo le viviamo passivamente. La globalizzazione è di certo un portentoso risultato, ma non ne abbiamo ancora compreso l’impatto sulle nostre menti: la tecnologia si è evoluta più velocemente di quanto abbia fatto la nostra capacità di adattamento; siamo quindi in possesso di strumenti che non sono fatti per essere usati da noi, almeno non nel nostro stato mentale attuale. Non siamo mai stati educati ad usare correttamente la tecnologia e proprio come un infante, non sapendo le conseguenze del nostro agire, impugniamo incorrettamente questo arnese senza temere i danni che già ci sta procurando. Denominata come “adolescenza tecnologica” questo è un periodo di transizione ci definirà come specie: riusciremo a comprendere come vanno usate queste tecnologie oppure cadremo in una nuova era di buio dominata dalla disinformazione?

Tralasciando, per adesso, questi sguardi ad un lontano futuro, non si può parlare di tecnologia senza parlare di impiego: le due cose ormai, soprattutto di questi tempi, sono imprescindibili l’una dall’altra.  Il lavoro in una società basata oramai sull’economia è un pilastro cardinale per il suo corretto funzionamento; anche se in maniera completamente differente l’uno dall’altro, ogni uomo e ogni donna contribuisce, nel suo piccolo, a far muovere in avanti la sua nazione; la tecnologia ha permesso una semplificazione o addirittura rimozione di alcuni tediosi compiti portando anche alla creazione di posti di lavoro totalmente nuovi. Di questi tempi, tuttavia, a causa del freno imposto dal Covid-19 al mondo del lavoro, e di conseguenza all’economia, la tecnologia ha stretto ancora di più la sua morsa attorno ai lavoratori cristallizzando questo legame di necessità reciproca. E’ a questo bivio che s’incappa nella dinamica del “chi va avanti e chi rimane indietro”: mai prima di adesso è stata richiesta un’integrazione così marcata di dispositivi di comunicazione e transizione monetaria digitale e, come si era speculato, alcuni non ce l’hanno fatta; chi non si è adattato si è ritrovato da solo o peggio nell’oscurità più totale, fallimenti di piccole aziende e privati senza contare i danni che ancora oggi non si riescono a risanare per chi, anche se per poco, è “sopravvissuto”. La colpa di tutto questo, ignorando le possibili responsabilità del governo, non va cercata nell’uso intenso della tecnologia che questa situazione emergenziale ha portato, bensì nella limitata accessibilità a questi dispositivi; un fatto che ancora oggi, seppur in maniera assai minore, caratterizza il mondo del business e dell’istruzione; inoltre, anche chi aveva accesso a questi mezzi non è riuscito a salvarsi dalle conseguenze: la necessità, scaturita da questa situazione critica, di un utilizzo della tecnologia che va al di là dello sfuggente “sms” e della semplice apertura di un file di testo, ha incapacitato una buona parte di noi utilizzatori. Questa fase, transitoria, ha aumentato notevolmente i canoni di conoscenza della tecnologia richiesti per effettuare il proprio lavoro; la pandemia non ha tuttavia solo ha fatto emergere la nostra impreparazione ad un uso maggiore delle macchine, ma, ancor più importante, ha fatto emergere quanto noi eravamo impreparati a dover collaborare tra di noi, a dover contare sul prossimo per garantire un avanzamento della massa nel suo insieme. La somma di queste due fragilità spiega il nostro ritrovato timore nei confronti nel domani: nella traversata verso il futuro non abbiamo, solo apparentemente, alleati né nella tecnologia né negli altri esseri umani.

Di base la tecnologia, o meglio il suo corretto sfruttamento, favorisce senza dubbio l’ingresso nel mondo del lavoro assieme ad non trascurabile miglioramento in efficienza, anche se, devo ammetterlo, stiamo puntando troppo su di essa; noi uomini, purtroppo e per fortuna, non ci cibiamo di byte e di numeri, non viviamo ad elettricità e non ci curiamo con un aggiornamento. E’ avvenuto, di recente, uno sbilanciamento tra i tre settori che compongono il mondo del lavoro, risultando una totale dominazione del terziario, seguito dal secondario per finire con il primario, una graduatoria che dovrebbe essere all’inverso. Questo squilibrio accade non solo per una nostra eccessiva fiducia nelle macchine, ma anche per una totale sfiducia nei settori essenziali; il lavoro manuale, l’apprensione che un agricoltore dedica al suo raccolto, l’amore che un cuoco mette nei suoi piatti quando cucina non potrà mai essere sostituita dall’efficienza di una macchina. Bisogna ritrovare quell’equilibrio perduto e credo che l’unica soluzione sia in un diverso tipo di simbiosi, una simbiosi sana e sostenibile che abbracci tutti senza esclusione per età o cultura, che dia una rinnovata fiducia nel prossimo e una più globale accessibilità all’uso di questi mezzi tecnologici: una formazione sulla digitalizzazione.

Essendoci nati in questa era digitale, alcuni danno per scontato che la tecnologia è e sarà sempre così, che rimarrà statica, inamovibile; non ci accorgiamo, invece, di come essa è in costante cambiamento, in costante evoluzione, e di come noi stiamo rimanendo indietro, incapaci di stare al passo. Solo tramite l’educazione ad un corretto uso di questi mezzi del nuovo millennio riusciremo ad equilibrare la simbiosi tra l’uomo e la macchina, solo grazie all’educazione il “lavoro del futuro” diverrà una certezza accessibile a tutti, solo grazie all’educazione si può smettere di avere paura del domani. Come sempre la conoscenza ci salverà dalla paura.

 



Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *