IMMAGINE DI SE’

Alessandro Lavalle Cosa c’è di più relativo della bellezza? Un costrutto sociale misto ad un istinto naturale che, in concomitanza con altri fattori, rende possibile l’arte del corteggiamento.

La bellezza è qualcosa di ineffabile, più simile ad una sensazione, un sentimento, che a qualcosa di oggettivo; una sensazione di cui si può avere consapevolezza ed usarla a proprio vantaggio; un sentimento che può essere coltivato o alterato in meglio o in peggio; un’idea che ci rende più o meno appetibili agli occhi degli altri.

Non è possibile, al contrario di quanto ci vogliano far credere, definire un canone di bellezza accettabile universalmente; esiste e sempre esisterà un certo fenotipo che scatena diverse sensazioni in diverse persone: un persona è definibile bella da una certa quantità di individui e viceversa.

Dunque le caratteristiche fenotipiche sono la componente principale per far scaturire l’interesse in un’altra persona; eppure esistono quelle caratteristiche nascoste che non balzano all’occhio, quelle particolarità nascoste che attraggono ancor di più della bellezza apparente. E’ una leggiadra danza che si compone di queste due caratteristiche che controbilanciandosi formano la capacità di socializzazione dell’individuo.

A volte si tende, specialmente durante l’adolescenza, a dare troppo peso ad una di queste caratteristiche; ciò accade specialmente quando non riceviamo il consenso che speriamo dalle nostre interazioni sociali, tendiamo a fossilizzarci su aspetti interiori che potrebbero come non potrebbero aver causato questo calo nella nostra popolarità. Questa introspezione porta, nella maggior parte dei casi, ad una notevole perdita di autostima a causa di un, talvolta falsato, giudizio esterno; giudizio esterno avente una caratteristica assai importante che noi preferiamo dimenticare: la soggettività. E’ proprio nella loro soggettività che questi giudizi perdono di peso, ed è proprio dal peso che originariamente si dona a queste considerazioni che viene fuori la normale fiducia che ha un qualsiasi individuo in se stesso; ma a definire la vera bellezza non è il giudizio che una persona ha di noi, bensì il giudizio che noi abbiamo di noi stessi: se ci vediamo “brutti”, la nostra mente farà in modo di (inconsciamente) appianare la nostra considerazione interna con quella esterna; viceversa se noi siamo convinti di essere “belli”.

Purtroppo non basta solo questo; esistono altri due fattori che concorrono alla definizione di bellezza: il canone dell’oggettività, che definisce i limiti di ognuno e prefissa l’impegno necessario a raggiungere un determinato standard personale di bellezza, delimitando quindi le nostre possibilità in senso lato e rendendo necessario l’impegnarsi per “diventare più belli” (un impegno che ci accomuna, indipendentemente dalla posizione di partenza); l’altro fattore è la definizione generale di bellezza come costrutto sociale, ovverosia il significato che – a seconda dell’epoca storica – viene convenzionalmente dato alla bellezza: il canone generale.

Questa tendenza a regolarizzare l’irregolarizzabile è molto popolare tra noi esseri umani: cerchiamo di vincolare l’invincolabile donandogli regole assurde e canoni infondati; in questo modo fissiamo un falso obiettivo che tutti devono raggiungere per fare in modo di sentirsi accettati dalla società. E’ un mistero estremamente elementare, ma che nasconde una complessità che si rivela non appena si prova ad andare contro questa tendenza: necessitiamo della stabilità di regole inutili e le ripudiamo per sentirci vivi; non per cieca credenza nell’andare contro corrente ma solo perché diviene una moda passeggera. Non dico che seguire il canone tradizionale sia sbagliato: cadrei in un ipocrisia sistemica cercando di dirigere certi gusti su un concetto che non necessita di alcuna linea giuda; affermo soltanto che di questi tempi questa idiosincrasia si accentua a causa sia della rapidità dei contatti sia della plasticità intrinseca del concetto di bellezza: “non è bello ciò che è bello ma è bello ciò che piace” è una frase che racchiude in sé una piccola perla di saggezza, frase molto declamata e ripetuta, ma – credo – sempre accantonata dalla maggior parte delle persone a causa della verità che porta in sé.

La falla nel sistema mostra il suo vero volto non appena si prova ad indicare un certo gruppo di
persone come “creatori” del canone – i cosiddetti “belli” – ovvia verità che essi vogliono far
rimanere tale in quanto gli rispondono appieno. Molti di loro si rifugiano nell’ipocrisia negando di
esserne gli artefici e conclamando che questo canone è sempre esistito e sempre esisterà, come
“regola di natura”. Alcuni di loro arrivano perfino a difendere a spada tratta coloro che, invece, non
rispondono a questo canone – i cosiddetti “brutti” – non facendo altro se non rafforzare la loro
posizione quasi per contrasto.
In realtà, non esiste qualcosa che è oggettivamente bello: le opinioni sono per definizione soggettive
e il peso che diamo ad esse a volte supera il valore del concetto su cui si sta opinando; cadiamo in
una spirale di autocommiserazione per la nostra non-accettazione in società successiva al giudizio
che abbiamo ricevuto riguardo un nostro operato o perfino noi stessi: ambiti nei quali l’unica
opinione che dovrebbe contare veramente è la nostra; l’unico giudizio che ha peso e valenza nel
definire noi stessi è soltanto il nostro verbo, il nostro pensiero: le opinioni che contano su ambiti
soggettivi di un individuo sono solo quelle del medesimo.
Per concludere affermo con convinzione che la bellezza non esiste; esiste solo l’opinione, l’idea di
bellezza che ognuno ha nella sua mente: un essere umano giudica “bello” un suo simile basandosi
sui suoi canoni personali e l’opinione di chi cerca di normalizzare questi canoni, dunque, non ha
alcun valore se non quello che gli viene convenzionalmente riconosciuto.
Essere fuori dal coro non vuol dire far parte degli esclusi, bensì riconoscere la veridicità di quanto
sopra, giudicando quindi l’apparenza del prossimo senza cercare di cambiarla: basta solo un po’ di
autostima.