E A ME COSA NE VIENE?

Alessandro Lavalle

Dopo aver passato, come ho già scritto, un anno ad involontariamente aiutare il prossimo mi sono
fermato, ancora metabolizzando questo meraviglioso avvenimento nonostante le circostanze, a
riflettere sul significato che oggi ha la parola “aiutare”.
Col passare degli anni, e con una non minuta dose di malsano individualismo, abbiamo imparato a
diffidare del prossimo, a rifuggire da esso e a rifuggire dal gesto stesso di aiutare: abbiamo
tramutato questo meraviglioso verbo in una parola da evitare al massimo delle nostre possibilità.
Chiunque potrebbe affermare il contrario, ma alla fine dei conti non ci piace veramente aiutare:
questo comportamento, il più delle volte, è un riflesso dovuto all’abuso che si fa della buona
volontà di lenire le pene del prossimo, altre volte è causato dalla non immediatezza dei risultati, a
sua volta causata dalla naturale domanda: “e a me cosa ne viene?”.
Il vero gesto disinteressato non esiste e forse mai esisterà (senza nulla togliere a quello che abbiamo
fatto nell’anno appena passato), il tornaconto personale sarà sempre al timone delle nostre decisioni
ed è indiscutibilmente il modo migliore di prevenzione e autoconservazione; il gesto dell’aiutare è
un gesto particolare poiché, come ho già detto, non mostra nell’immediato i suoi frutti, bensì li
produce col tempo. L’aiutare qualcuno genera un particolare ricordo di noi in loro; quindi lascia un
seme che col tempo germoglia, portandoli a loro volta ad aiutare (anche noi).
E’ naturale che non tutti siano propensi a trovare nel nostro gentil fare un motivo di gratitudine,
tutt’altro: è scientificamente provato che (talvolta) dare un aiuto genera una sottile forma di invidia
nei nostri confronti, poiché agli occhi del beneficiario noi sembriamo sempre un passo avanti, come
se fossimo meglio di lui solo perché capaci di risolvere quell’unico problema per lui (a volte solo ai
suoi occhi) irrisolvibile; da qui un innaturale senso di ingratitudine che a lungo andare logora
l’aiutato portandolo ad una totale chiusura in se stesso a causa di quel falso senso di inadeguatezza;
del pari, chi aiuta si sente sempre meno propenso ad aiutare vedendo sempre più spesso questa
generale forma di ingratitudine conseguenziale ai suoi tentativi.
Ciononostante voglio ricordarvi che talvolta il solo atto di provare ad aiutare è anch’esso una
vittoria morale schiacciante: un passo cardinale nella rottura di questo circolo vizioso.
In conclusione bisogna sempre cercare di aiutare il prossimo: non vi è alcuna perdita se non di
tempo ed il guadagno a lungo termine non conosce pari.
Diceva dunque bene uno dei miei autori preferiti, Charles Dickens: “Nessuno è inutile in questo
mondo se è capace di alleggerire i pesi di un altro uomo”.



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