AMO, AMAS, AMAT

di Alessandro Lavalle.

A volte ci dimentichiamo dell’importanza della nostra città, ci dimentichiamo del suo passato; passato ricco di cultura e sentimenti, temi cardinali degli scritti del nostro illustre poeta concittadino Ovidio. Impossibile, quindi, vivere a Sulmona senza parlare di sentimenti.
Impossibile, così, parlare di sentimenti senza parlare dell’Amore.

Impossibile, ancor più, parlare dell’Amore senza parlare di come è nell’adolescenza; adolescenza che di certo non è differente da quella dei tempi di Ovidio.

L’amore non è qualcosa di normalmente quantificabile, generalmente qualificabile o radicalmente spiegabile; un principio etereo che ci accompagna dalla nostra nascita, definisce il nostro presente e segna in nostro futuro; qualcosa di così ineffabile quanto palese che ci tormenta e ci allieta, incomprensibile e, a volte, perfino incausato; un sentimento forte eppure fragile che richiede una mano che lo cura e che, purtroppo, non sempre trova.

Non esiste un comportamento-tipo in amore proprio come non esiste un “amore” tipo, un argomento complesso che di questi tempi sta venendo esageratamente semplificato; non è né una piaga né una panacea, solo un repentino cambiamento che, durante questo periodo di distanziamento, gioca un’importante ruolo nelle nostre vite; che porti a risultati buoni o cattivi è indifferente: è l’esperienza che conta; un’esperienza che potrebbe essere percepita come distorta, distorta dalla mancanza di contatto. L’amore è una meravigliosa esperienza che richiede, come tutte quelle che lasciano il segno, molto tempo; qualsiasi relazione ha bisogno di tempo, considerando la rarità dei famosi “colpi di fulmine”, tempo che serve a conoscersi meglio l’un l’altra permettendo così un affiatamento più duraturo, che diviene quasi come una promessa, un impegno che richiede dedizione; è raro trovare oggigiorno questa dedizione: abbiamo incautamente alleggerito la presa su questi sentimenti, incuranti del fatto che potrebbero andare in frantumi ci siamo allontanati da questa serietà, che teoricamente allieva il peso della responsabilità, ma, come al solito abbiamo ecceduto nella direzione opposta cercando, oramai, solo relazioni veloci, semplici e brevi.

La mia generazione sembra come spaventata da contatti che superino un certo livello di impegno, che siano amici o amanti, un po’ perché sono i più difficili e un po’ perché a questi non ci siamo abituati: siamo stati cresciuti, generalmente, nella credenza che le relazione debbano essere veloci e superficiali, pensiamo che ci bastino pochi istanti, poche parole, pochi gesti per capire come pensa una certa persona, non siamo disposti a dare più tempo o seconde possibilità; questa semplicità nel relazionarsi può essere un vantaggio poiché non scava troppo a fondo nel pozzo dei sentimenti, quindi se qualcosa va storto la ferita si rimargina subito, ma è un’arma a doppio taglio poiché ci rende diffidenti e poco aperti: non sapendo come ragiona il nostro partner ci sentiamo quasi minacciati da lui o lei il che genera una catena di ansietudini e gelosie controproducenti che porta ad un preventivo distacco. Questo distacco avviene anche come forma di autodifesa, sembra strano, dagli impegni; tendiamo quindi ad assumere un comportamento omissivo nei confronti della persona che “amiamo” non appena notiamo un’apertura sentimentale maggiore del solito (come, al progredire della relazione, inevitabilmente accade); e con questo non voglio declamarlo come un comportamento scorretto, dopotutto è, per come la vedo io, un riflesso condizionato ad un deviato indottrinamento generazionale: siamo figli dei nostri tempi, tempi rapidi per relazioni rapide.

Posso solo sperare che questo tempo che abbiamo trascorso a casa ad introspezionarci ci porti ad una consapevolezza maggiore del prossimo; ricordiamo che come i latini ci insegnano: “Si vis amari, ama”.