IL DIARIO DI SOLIMO: 22 NOVEMBRE 1946, ONORI AL PRIMO PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

La seconda guerra mondiale è finita da pochi mesi. L’Italia è stremata, dovunque c’è distruzione, morte, dolore, povertà. Sulmona, che ha subìto devastanti bombardamenti e lutti immani per la sua posizione a ridosso della linea Gustav, cerca di risollevarsi a fatica; la situazione è desolante, difficile, amaramente insostenibile, ma la libertà appena riconquistata e la voglia di ricominciare cominciano a scandire i primi segni del ritorno alla vita. Il 22 novembre
arriva a Sulmona il presidente della Repubblica, Enrico De Nicola. È un mese triste, grigio e piovigginoso, ma «il sole come per incanto – scrive Raffaele Russo sul Messaggero d’Abruzzo del 23 novembre – è tornato a baciare la nostra città che (…) ha assunto un aspetto insolito, pavesata dai suoi mille tricolori, con le mura tappezzate di manifesti svariatamente colorati. Quel cielo limpido, terso ha solennemente annunciato al nostro popolo che seguiranno gior-
ni migliori, che la rinascita non potrà mancare». Il Capo dello Stato è atteso per le ore 12,15 dall’Alto Sangro e da Roccaraso, dove la guerra è stata particolarmente cruenta e assassina. In città lo accoglie una folla festante che l’accompagna fino a palazzo S. Francesco dove arriva in torno alle 15, salutato dagli amministratori civici, dai sindaci dei comuni vicini, dai giornalisti, dai rappresentanti dei partiti e delle associazioni patriottiche. È accompagnato dai ministri Giuseppe Romita (Lavori Pubblici) e Giacomo Ferrari (trasporti), da numerosi parlamentari, dal prefetto Giovanni Battista Pontiglione, dal sindaco di Sulmona Mario Costanzo. Al presidente Enrico De Nicola, l’avv. on. Serafino Speranza – presidente del Comitato pro-Sulmona– ricorda le ingiustizie e le spoliazioni patite dalla città durante il ventennio fascista ma anche i danni e i giorni nerissimi della guerra che necessitano di un riscatto urgente, di una pronta ricostruzione. Di qui, la richiesta di interventi che garantiscano sviluppo sociale ed economico a una comunità che, vilipesa dal fascismo e duramente provata dalla furia bellica, ora vuole soltanto giustizia: 1) realizzazione di un grande bacino montano della Maiella per la produzione di energia elettrica e per l’irrigazione dei campi; 2) attuazione del piano regolatore redatto dall’arch. Aschieri; 3) integrale ricostruzione del comparto ferroviario; 4) istituzione di scuole d’indirizzo tecnico e scientifico; 5) costruzione di un nuovo e grande ospedale civile. Il ministro Ferrari assicura che «sulmona è un centro importantissimo dal punto di vista delle comunicazioni non solo per l’Abruzzo ma per tutta l’Italia Centrale. Quindi» si legge nel resoconto di Russo «la sua ricostruzione sta a cuore al Governo per la ripresa del Paese». «Alle 19,30, dopo una cena consumata nell’interno del Palazzo S. Francesco» conclude la cronaca giornalistica «il Presidente e i Ministri (…) si muovono alla volta di Avezzano, mentre la folla presente non si stancava di tributare l’ultima calorosa ovazione». Dei cinque punti illustrati al Capo dello Stato, soltanto i primi due sono stati disattesi. Invero, Sulmona ha avuto parziale giustizia ma oggi, a distanza di quasi 70 anni dal memorabile evento, il centro Abruzzo mostra gli stessi problemi di quel tragico dopoguerra: spoliazioni, ingiustizie, povertà e mancanza di lavoro sono emergenze all’ordine del giorno. Le giovani generazioni – le nostre migliori energie professionali e intellettuali – sono costrette ad abbandonare la terra dei padri e a emigrare
​altrove, in Italia e all’estero, per cercare lavoro e rispetto. Vanno a combattere la loro guerra contro un nemico ignoto e invisibile, una guerra che non fa vittime e non chiede tributo di sangue; una guerra che però uccide dignità e identità.


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