L’ORO DEGLI STOLTI

di Alessandro Lavalle
A nessuno piace davvero essere se stessi, non ad una sola anima. Cerchiamo costantemente di raggiungere uno standard più in alto di dove ci troviamo: la
“perfezione piritica”. La frenetica ricerca proviene da un innato e comune istinto di insicurezza determinato dalla flebile, seppure marcata, posizione sociale: un diritto più che un bene che tutti hanno, usano e, con non poca dose di orgoglio, sfoggiano. Questa ostentazione, seppure a volte giustificata, porta allo
scaturire di uno dei sentimenti più notoriamente nocivi di tutta la psiche umana: l’invidia. Logoramento e miglioramento, questo è l’invidia, due facce della stessa medaglia. A livello di civiltà, parlando quindi in termini di uomo inteso come massa, non esiste molla migliore a migliorare dell’invidia; il sentimento irrefrenabile del “volere di più” è lo strumento millenario che ha permesso all’uomo di arrivare dove ci troviamo noi oggi partendo dal nulla: l’ingegno umano
messo a servizio del fine e non del mezzo. Ma il volto più subdolo e oscuro di questo viscido sentimento si rivela a noi quando colpisce il singolo individuo: diviene una maledizione. Sempre presente e persistente, martella i nostri animi e ci spinge al limite della sopportazione, nel secolo odierno ci attacca con tutta la sua forza grazie all’ausilio dei nostri moderni mezzi di comunicazione: i surrogati sociali, i nuovi templi dell’ostentazione. Sostituendosi all’uso della parola ed annacquandoci con luoghi comuni e frasi fatte, i social sono divenuti il perfetto surrogato della realtà; questo sempre maggiore allontanamento provoca una
totale dissociazione dall’essenziale. La “perfezione piritica” è divenuta l’El Dorado del XXI secolo: tutti la cercano, basandosi su voci e segnali vacui, ma nessuno alla fine la trova veramente. I nuovi Dei, da noi conosciuti come “influencers”, ci mostrano una realtà distorta che ci attira come piccioni ad una fava, che luccica come l’oro ma alla fine non è null’altro se non pirite. Vite perfette, sempre allegre, sempre vissute al massimo, mai un problema all’orizzonte; questa malsana ideologia porta, chi “purtroppo” ha una vita da “comune mortale”, a credere che solo quello voglia dire “vivere una buona vita”, che solo una vita che ha quelle specifiche e vuote caratteristiche sia degna di essere vissuta. Mai, in tutta la storia umana, si è vista una generazione tanto graziata quanto
socialmente depressa; questa nuove dinamiche, naturalmente usate nella maniera errata, ci hanno svuotato di ogni emozione ad eccezione dell’invidia, dell’ingordigia e dell’orgoglio. Viviamo in un’epoca dove la natura umana è saturata dai cambiamenti che sempre più e sempre più velocemente ci vengono incontro; cominciamo ad essere nauseati dalla felicità, soprattutto da quella altrui. L’invidia, dunque, viene vista come unica reazione umana possibile da condividere quando ci capita di incontrare qualcuno che, sia per proprio sudato impegno che per una serie di meno meritate fortune, pare abbia una vita anche solo di poco migliore della nostra. Un sentimento che solo pochi riescono a limitare ed usare l’invidia; nella maggior parte dei casi conduce, viceversa, ad una repressione interiore della rabbia che, di norma, rimane all’interno dell’individuo, accumulandosi e logorandone lo spirito al punto tale da apparire come unico rifugio da ogni problema, mentre in altri casi, minoritari, conduce alla tragedia avvenuta nei giorni scorsi nel Leccese.
La frase con cui il carnefice giustifica le sue azioni funge da perfetta sintesi della fatalità dell’invidia: “Erano troppo felici”.


One thought on “L’ORO DEGLI STOLTI

  • 14 Ottobre 2020 in 07:42
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    Complimenti all autore Alessandro! non poteva descrivere meglio come i repentini cambiamenti del vivere stanno distruggendo le proprie personalità. Facendo perdere il senso dei veri valori.

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