IL DIARIO DI SOLIMO: 8 SETTEMBRE 1959, ERCOLE DONO DELLA MONTAGNA

In ogni epoca, e soprattutto nel medioevo, le poteche di Ovidio hanno attirato la curiosità della gente e hanno alimentato leggende, credenze e superstizioni; tanto che per secoli si è consolidata e tramandata la convinzione che su quelle balze del monte Morrone il poeta Ovidio avesse innalzato una faraonica villa, nei cui sotterranei era ancora nascosto un tesoro d’immenso valore. L’interesse per quelle rovine si riaccese nel secondo dopoguerra e nel 1955, alla vigilia delle iniziative per il bimillenario della nascita di Ovidio, cominciò a prendere corpo l’idea di un intervento organico, e su base scientifica, che svelasse il “mistero” del monumento. Il primo passo lo fece il sindaco di Sulmona, Ercole Tirone, che in quell’anno prospettò al soprintendente Valerio Cianfarani la volontà del Comune di avviare uno scavo in loco; i contatti proseguirono anche l’anno seguente e a dicembre del 1956 il Comune, nella persona del neo sindaco Panfilo Mazzara, mise a disposizione 16 milioni di lire per un «cantiere-scuola di lavoro». Ottenute le autorizzazioni, e comunicato all’allora competente ministero della Pubblica Istruzione la data dell’apertura del cantiere in località Fonte d’Amore per «lo scavo e la sistemazione dei ruderi della c. d. villa di Ovidio», il Comune avviò finalmente i lavori «con 50 operai per tre mesi, con direzione tecnica della Soprintendenza». Il cantiere fu aperto ufficialmente il 23 aprile 1957, con 36 operai, e la campagna di scavo si protrasse per tre fasi successive che portarono alla luce i resti di un santuario dedicato ad Ercole Curino, eretto verosimilmente all’inizio del I secolo a. C. e sottoposto a grandiose ricostruzioni nel I secolo dopo Cristo. La rilevanza delle antiche strutture tornate alla luce, indusse il dottor Cianfarani a proporre una secondo ciclo di scavi a carico della soprintendenza, con l’impiego di 50 operai per 3.800 giornate lavorative, ridotte subito dal ministero del Lavoro a 2.280 giornate. Tra pastoie burocratiche, problemi tecnici e ricerca di nuovi finanziamenti, i lavori ripresero il 16 giugno 1959. Campagna di scavi fortunata ed entusiasmante, perché le viscere del monte Morrone restituirono opere di straordinario valore e bellezza: l’8 settembre 1959, dall’ufficio postale della Badia di Sulmona partì lo storico telegramma che annunciava il ritrovamento, all’interno del sacello del tempio, di una «statuetta bronzea completa», un Ercole in riposo di eccezionale bellezza, alto 36 centimetri, da avvicinare ai capolavori della scuola di Lisippo, tra i maggiori scultori greci. Tuttavia, potrebbe trattarsi di una meravigliosa «replica d’autore», «il divertimento (…) e la tendenza virtuosistica a ripetere in piccolo ciò che veniva pensato e realizzato in grande». Creata con la tecnica della fusione a cera persa, la statuetta fu donata dal ricco mercante Marco Attio Peticio Marso per assolvere ad un voto “lieto come giusto”, così riporta l’iscrizione sul basamento circolare, forse apposta in età successiva a quella della statua: M(arcus) Attius Peticius Marsus v(otum)
s(olvit) l(ibens) m(erito).È custodita nel Museo Nazionale di Antichità di Chieti.


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