L’ARTE DI “HASSANSKIJ” IN MOSTRA ALLA ROTONDA DI SAN FRANCESCO DELLA SCARPA

di Astrid D’Eramo «Sono nato e cresciuto in una terra ricca di storia, sicuramente lontana, ma non per questo ‘estranea’. Infatti ho visto per la prima volta le palme a Roma, davanti la Banca d’Italia. Io sono originario di Tabriz, la più grande città dell’Iran nord-occidentale, e le palme lì non ci sono». ‘Una storia per ricominciare’, la mostra che si terrà nella Rotonda di San Francesco della Scarpa per il programma ‘Rotonda in Arte’, da sabato prossimo, 29 agosto al 5 settembre, è la cronaca della vita artistica di Hassan Yazdani, dagli anni ’70 fino ad oggi. Su una corrente dallo charme mediorientale, Hassan anticipa il vicino cambio di stagione con fascinosi scenari cromatici. «Porto con me il ricordo delle miniature persiane, nelle quali la natura è sempre presente. Alberi, piante, soprattutto il cipresso, montagne, mi ispirano. Uso le terre, i pigmenti, e posso dire di avere una dipendenza olfattiva dall’olio di lino, che utilizzo spesso per la pittura. Nei collages, invece, rappresento anche paesaggi industrializzati, urbani, periferie, soluzioni architettoniche di vario genere, sono paesaggi sì, ma ‘mentali’. Rimane nei dettagli il significato delle mie opere. Il particolare che appare più insignificante è invece decisivo e, delle volte, ha dato anche il titolo all’opera». Da sempre appassionato di storia dell’arte, è stato un eccellente alunno in tutte le scuole frequentate, dal Liceo Artistico “Mirak” di Tabriz, è arrivato in Italia, all’Accademia di Belle Arti di Firenze all’età di vent’anni. «Il mio punto di vista era considerato ‘diverso’, a causa della mia provenienza. ‘I mediorientali non hanno sensibilità al colore’, mi dissero a seguito di una discussione sulla vividezza di alcune opere di Michelangelo Buonarroti che, effettivamente, solo una volta ristrutturate hanno riacquisito luminosità, confermando la mia tesi. È stato l’astrattismo di Vasilij Vasil’evič Kandinskij a conquistarmi. Il mio nome d’arte è un omaggio a questo artista, firmo le mie opere con lo pseudonimo ‘Hassanskij”. I conflitti interiori mi hanno fatto crescere, sono stati lo specchio di tutto ciò che stavo vivendo. Sono andato via dall’Iran nel momento economico più roseo, ma non avevo molte scelte: o il servizio militare, o l’università privata, o trasferirmi all’estero. Ho sempre avuto rispetto per l’Italia e per la sua arte. La Turchia, fin dall’epoca dei romani e persiani, è considerata un punto nevralgico e luogo d’incontro, non solo degli scambi commerciali, ma anche artistici tra l’Iran e l’Italia. La mia passione da bambino erano le poesie, ne scrivevo molte, ma mi vergognavo quando a scuola mi chiedevano di leggerle ad alta voce, perché si stupivano del linguaggio e della forma che utilizzavo, simile a Giuseppe Ungaretti, ma iraniano! L’equivalente della pittura in Iran è la poesia, ci sono tanti poeti quanti pittori sono in Italia». L’artista ora risiede a Sulmona, dove ha un’attività in via Barbato, nel centro storico della cittadina. «L’Italia è un paese difficile, perennemente legato alla burocrazia, privo del pragmatismo dei ‘paesi giovani’. Non per questo è privo di lati positivi, anzi. Sulmona è meravigliosa, è piccola, ma con i suoi 23mila abitanti, o giù di lì, conserva un alto tenore di vita, grazie anche alla gioventù impegnata su diversi fronti artistici. Ogni volta che mi manca il mio paese, prendo l’areo e volo via» dice Hassan che rivela per la stampa una ‘chicca in anteprima’, il significato di un’opera realizzata recentemente, il titolo è ‘Italia’, che cade a pennello, visti i recenti avvenimenti politici. «La bellezza della bandiera italiana è indiscutibile, i suoi colori hanno un significato, sono stati scelti per un motivo, raccontano la storia del paese, ma il finto nazionalismo e il perbenismo hanno macchiato, offeso e maltrattato la mia tela» spiega. L’arte di Hassan è perfettamente sincronizzata con la realtà contemporanea, costantemente ‘aggiornata’, «Per i miei collages, che consta in una collezione di 800 pezzi, utilizzo i ritagli dei giornali, soprattutto le riviste di moda, perché le pagine ampie mi consentono di realizzare i contrasti, con le linee e le macchie di colore, fondamentali nella pittura. Può capitare che sia confuso all’inizio ma, a volte, mischiando le carte a caso, tutto appare chiaro, e ai miei occhi si aprono nuovi orizzonti» continua l’artista. Il concetto ascetico dell’illuminazione nelle sue opere è contrario al disordine. Tutto convive perfettamente in armonia, secondo una logica dell’esperienza autentica e visiva, prima di tutto, ma anche della fantasia. «Le torri hanno una valenza ascensionale mi hanno impressionato sempre le due torri Garisenda e degli Asinelli di Bologna, che sembra stiano bucando il cielo. Ma anche le ciminiere delle industrie, nei quartieri dell’hinterland. Mi piacciono i paesaggi poco noti, come il ‘ciglio della strada’, ovvero la parte fangosa tra la linea della carreggiata e la natura, che non viene mai considerata, perché è la più sporca» chiarisce. Leitmotiv dell’autore è anche la valutazione acuta e ironica della realtà, che esplica con eloquente sarcasmo «Sono affascinato dal fatto che sarà un ‘debutto metafisico’: solitamente si chiama ‘inaugurazione’ un evento che prevede il contatto e la vicinanza con molte persone, ma sabato sarà tutto diverso. ‘Tenetevi a distanza’, ‘applicate le norme igieniche’, ci mancherà la squadra antisommossa. Noi esponiamo quadri, è come combattere a mani nude. In tal senso, tra le mie opere, ‘Can che corre’ è la più simpatica, attuale e significativa: ‘quando tutto sembra crollare, gli alberi rimangono immobili’».