IL VIRUS NEL VANGELO DI NIKO ROMITO

Se Immanuel Kant  era l’orologio di Konigsberg, Angelo Caruso può essere definito a buona ragione il Muezzin dell’Alto Sangro. Ogni sera tiene il suo discorso alla popolazione che per abitudine contatta, ormai, può benissimo non guardare l’ora tanto puntuale è a sera il sindaco nel somministrare alla gente notizie sull’evoluzione della malattia, fare raccomandazioni e dare utili consigli.  Come accadeva, insomma,  coi paesani dell’abitudinario filosofo della “Ragion pura”. Ieri sera Angelo Caruso ha offerto una variante,  supponiamo pensata come deliziosa,  facendo precedere il suo momento liturgico dall’intervento dello chef Niko Romito. Nelle belle intenzioni del primo cittadino c’era forse la necessità di dare ai suoi amministrati un messaggio distensivo, offerto peraltro da una delle eccellenze nazionali e vanto delle terre altosangrine, quasi a voler esorcizzare la paura del coronavirus che ormai serpeggia liberamente in tutte le nostre attività quotidiane. Non sappiamo se siano state le luci, o il convergere di prospettive inadeguate da cui ha iniziato a “spadellare” lo chef stellato, ma Niko Romito non ci ha dato proprio l’immagine radiosa, ottimistica e solare cui eravamo abituati. Ci ha impressionato la mestizia del suo eloquio, quasi un elogio funebre di queste vicende che ci affliggono. Ma noi lo abbiamo capito, ed abbiamo compreso anche la sua difficoltà. Lo hanno, immaginiamo, obbligato a scendere su un piano che non è quello della cucina a lui sì familiare, ma su quello simil-social-filosofico, invitato cioè a dare spunti, valutazioni e riflessioni sul tempo  che stiamo vivendo. Al termine del suo intervento, peraltro condotto con la immancabile eleganza lessicale, abbiamo riportato un dubbio e una certezza. Non sappiamo se quel tono dimesso fosse l’effetto degli affari che vanno male, oppure l’espressione di un autentico dolore “cosmico”. Siamo convinti di una cosa però: che al termine della pandemia sarà capace di scovare una nuova ricetta in grado di riportare tutto il mondo a tavola. 

Luigi Liberatore



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