DON GIORGIO IL SALESIANO CHE CUCIVA I PALLONI

Era pazzo dei suoi “ragassi”. Alla romagnola, come le sue origini. Non c’è immagine più emblematica di Don Giorgio se non quella che lo immortala mentre cuce e ricuce a mano i palloni dei suoi “ragassi”. Al lume di una lampada riparata alla buona, in quel suo ufficio pieno zeppo di oggetti, chitarre, palloni e stracolmo di quell’accoglienza che fa sentire tutti in famiglia. E’ nei giorni dell’anniversario della sua scomparsa (2010) che è arrivata la notizia della probabile dipartita dei Salesiani da Cristo Re. Caspita! Che per i sulmonesi suona come un amaro calice da mandar giù, trascinando con sè nel gargarozzo di una vita tutti quei pezzi di amarcord che molti quaranta/cinquantenni conservano ancora oggi di quando ragazzetti, con invicta  e maglioni enormi e sformati, passavano le giornate all’oratorio. Basta solo nominarlo che valanghe di commenti si riversano sui social. Ho contattato “quelli di Cristo Re”, come li chiamavano, per capire cosa fosse rimasto in loro. E’ l’emozione che salta fuori prima ancora delle parole, in una commovente sintesi del ricordo di Don Giorgio, dei Salesiani, dell’Oratorio. Facile questa volta per me che verifica e riscontro siano belli serviti: i ricordi coincidono. Ognuno ha tentato di spiegare il suo Don Giorgio. Come in un inevitabile sovrapporsi in dissolvenza della  sua figura con quella dell’Oratorio e della filosofia salesiana. Il significato dei suoi rimproveri, del testardo tentativo di recuperare quei ragazzi, che la vita aveva relegato nella periferia del mondo, e salvarli da situazioni difficili. A volte ci riusciva. Qualcuno infatti è rimasto e oggi aiuta gli altri. Qualcun altro ha mollato, non avendo più al suo fianco quella guida. Oltre ad essere un bravo prete era molto, molto di più: un amico, un padre, una specie di educatore fuori dal comune, pieno di ironia e carisma. Di quella gioia che andava cantando con la sua chitarra, quella che va difesa a denti stretti, immersi nel frastuono. Riusciva a far apprezzare la preghiera e la messa anche alle “teste di rapa”. Aveva i suoi metodi, era semplice e diretto, ironico e brusco, ma  sapeva rispettare le idee confidate nel suo ufficio, le paure, le gioie, come una confessione che di religioso in senso stretto forse aveva poco. Ma quanto era efficace. Dalle aule delle scuole medie all’oratorio riusciva a catalizzare moltissimi giovani. Non ce n’è uno di Sulmona che, almeno una volta, non sia passato a Cristo Re, che non abbia giocato in quei campetti o non si sia tenuto per mano in circolo alla preghiera delle 18. Quel “cerchio” che Don Giorgio impegnava a rispettare e che alla fine diventava più un piacere che una penitenza.  Il tempo per ascoltare i suoi “ragassi” era sacro, non esitava  a rimproverare se non ci si comportava bene, anche a brutto muso, senza sconti o mezze parole. Con la certezza che nella quiete dopo la tempesta, il cielo si sarebbe schiarito e le menti rancorose avrebbero compreso il motivo di quella ramanzina, imparando come si sta al mondo. “Un grammo di buon esempio vale più di un quintale di parole”, diceva San Francesco di Sales e quei “ragassi” di oggi hanno in comune la convinzione che aver appreso anche solo un centesimo dei suoi insegnamenti sia un regalo prezioso, ecco perché dicono: “non smetterò mai di essergli grato”.  Se oggi intervistassimo Don Giorgio avrebbe lui storie straordinarie da raccontare e sorge spontaneo il parallelismo con l’intervista a Don Mazzi a Domenica In la scorsa puntata, per i suoi 90 anni e per il suo libro “Amo i ragazzi cattivi” (Cairo Editore), in cui ha infilato le storie dei giovani che ha incontrato e accolto. E soprattutto  per quella consapevolezza che i preti di strada forse oggi non esistono più. E si apprezza la vita perchè le belle persone te le fa incontrare, così da forgiare meglio quel che di buono ognuno di noi ha in sé.  Lasciando poi che il suo insegnamento scavalchi persino la morte. “E ora tutti fuori dal mio ufficio”. Lo avrebbe detto, sicuramente.
Giuliana Susi

Don Giorgio Foto G. Tronca