LA FESTA DI SAN MARTINO…CON IL FUOCO DENTRO

Con il fuoco dentro. Alte lingue di fiamme ardono su Scanno in una notte carica di simboli, storie, riti e credenze di paese. Alla vigilia di San Martino. Come tradizione vuole. Nell’ultima della tre giorni di “Deguscanno”. Si accendono all’unisono le “Glorie” sui colli di tre Contrade: Plaia, Cardella, San Martino. L’urlo della sfida, la fatica, l’accurata preparazione nelle settimane precedenti, l’entusiasmante costruzione da mattina a sera delle cataste di legna. I “palanconi”, alti fino a 20 metri. Il coraggio, il rogo, lo sfottó della sentita competizione. Antichi rituali di buon auspicio. Il viso dipinto con la fuliggine, il radicato senso di appartenenza, quel mos maiorum che denota l’identità di un paese, l’entusiasmo grintoso di tanti giovani e un suggestivo spettacolo, offerto in nome della propria terra e del passato di ogni famiglia scannese. Ore 18.30: il segnale e la torcia dal lungo manico viene lanciata da giovani mani più veloce della luce, come un’ampia falciata senza ritorno, ai piedi della grande torcia. E lo spettacolo si accende. Tra gli incitamenti degli energici contradaioli, per far ardere la Gloria più a lungo delle altre, e il fuoco, che ancora una volta  affascina e ammalia. Purifica, brucia, evoca quelle forze della terra da cui dipenderà il buon esito del nuovo anno agrario. Emozioni sovrastano Scanno e rapiscono anche noi spettatori. I piccoli guardano, mentre intonano coretti, ignari che da grandi li tramanderanno ai loro bambini, perché parte di una tradizione. “Il bello è che quel calore te lo riporti a casa. Fa parte di te e della tua famiglia”. Mi ha sussurrato un giovane, che gentilmente mi ha scortata fin sul colle della sua contrada, per poter assistere a uno dei riti locali più arcaici, ancora tenuti in vita nel nostro territorio. Usanze e tradizioni dei paesi di montagna celebrano San Martino. Ognuno a suo modo. Ognuno con i suoi detti, i suoi riti, le maschere, i mantelli, il freddo, i fragorosi cortei con campanacci, pentole e coperchi, per scovare i  “cornuti”, come avveniva nella tradizione di alcuni paesi abruzzesi nei racconti degli anziani, sulla scia del San Martino patrono dei cornuti. Per le vie del borgo. “Pe’ fa la vita meno amara”, intonerebbe qualcuno, riprendendo Nino Manfredi nel punto in cui canta “Non è gnente de straordinario, È robba der paese nostro”. E invece di straordinario c’è molto. E tanto. Ed è la parte più invidiabile di un’intera comunità che non sa sgualcire la memoria dei nostri avi. In questo fine settimana, Campo di Giove ha scelto di accogliere i viaggiatori della Transiberiana, aprendo le porte del borgo vecchio, in un numero zero che ha celebrato, tra suggestiva scenografia, leccornie, bracieri e torce, i prodotti della terra, il mondo contadino e il lavoro nei campi. Teschi di vacche, corna di cervi, tra “ribollir di tini” e “l’aspro odor dei vini”, la zucca, la polenta, le caldarroste, le bontà della pastorizia che, nel paese ai piedi della Majella, è un’eccellenza da leccarsi i baffi. E l’animo a rallegrar. “Quando la Majella mette il cappello vendi la capra e compra il mantello”. Ed ecco uno dei tanti detti degli oriundi della Montagna Madre. Aneddoti o leggende immaginarie sono  raccontate dagli anziani dei piccoli borghi, appartenenti ad un mondo alla fine nemmeno troppo antico, che oggi, invece, sembra svanire perdendosi nell’ incredulità di chi vive e annaspa in una superficiale modernità. Tempi diversi, mutate esigenze. Tradizioni che resteranno in vita finchè non si smetterà di raccontarle.  E chissà perchè , poi, proprio chi si riempie la bocca della parola cultura “col ghigno e l’ignoranza dei primi della classe” (citazione gucciniana), senza essere il povero cadetto di Guascogna, non partecipa a certi eventi culturali che, invece, conquistano folle di turisti e visitatori. Parole lanciate al vento come carta straccia buttata in aria: sporca solamente. Nel mio ristretto, ma intenso, tour di San Martino, non poteva mancare Introdacqua, con la sua antica (e oggi riuscitissima) Festa dedicata al Ringraziamento, come usavano fare i contadini peligni, al Signore, per il buon esito del raccolto durante l’estate. E lungi dall’essere accostata all’omonima festa americana, dato che rimanda alle origini longobarde del paese e ai contratti agricoli che venivano rinnovati proprio nei giorni di San Martino, caratterizzati dal Capetiempe (capotempo): quando tutto comincia. A conclusione dell’anno agricolo, come spiega Vittorio Monaco, va dal 31 ottobre all’11 novembre, suonando proprio come un vero capodanno. Anche qui, la domenica prima di San Martino, la regina è stata la tradizione contadina, con i suoi sapori e saperi, tra credenze, canti e riti popolari. Suggestivi i vicoli e le piazzette allestite e affollate, tra arte e artigianato, musica e piatti poveri, quelli che rendevano re chi sedeva a tavola, intorno al fuoco. Quando si scoprono storie e tradizioni da raccontare nella nostra terra, per qualcuno scontate, per altri sconosciute, si porta via con sé ciò che si è sentito, visto e percepito: sensazioni che restano incollate all’animo, per tutto il giorno e per tutto il tempo a seguire. Le uniche che creano difficoltà nel descriverle a parole. Tocca viverle. Con il fuoco dentro.

Giuliana Susi

SCANNO

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CAMPO DI GIOVE

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INTRODACQUA



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