IL PIÙ LURIDO DEI PRONOMI

di Giuliana Susi
 
“Come Gadda nella “Congnizione del dolore”, Vittorio pronunciava spesso furiose invettive contro il pronome io: “l’io, io…il più lurido di tutti i pronomi!…i pronomi sono i pidocchi del pensiero. Quando il pensiero ha i pidocchi, si gratta come tutti quelli che hanno i pidocchi…e nelle unghie, allora…ci ritrova i pronomi, i pronomi di persone”. Il confronto, la condivisione di pensieri e parole, l’utilizzo del noi anziché dell’io oggi scolano. Come inchiostro sbiadito su un giornale sotto la pioggia. E non stupisce in un mondo dove l’ego, nella vita quotidiana di ognuno, è smisuratamente esaltato ai limiti della follia, anteponendolo a tutto&tutti, con la stessa spocchia di uno “sparami in petto” che si fa largo tra la folla per piazzarsi in prima fila. Pur senza la benché minima idea di quanti danni si possano arrecare lasciando dietro le quinte le vere protagoniste: le azioni. Ma si sa, era solo finzione la richiesta al “Mago di Oz” di un cervello da piazzare dentro la testa imbottita di paglia dello Spaventapasseri, un personaggio che nel romanzo di Baum, poi film, faceva il paio con l’Uomo di Latta alla ricerca del cuore.  Consapevolezza, direi: grande dote quanto rara. Non è forse troppo finzione, invece, quel disagio che conduce alla ricerca di un posto nel mondo, in una vita che prende in giro, tra l’indifferenza verso i più deboli e la violenza, in cui si fatica a tessere sani rapporti con il prossimo o con l’universo femminile, fatti di rispetto e lealtà. Prende piede il senso di angoscia, di frustrazione, di solitudine e di pesantezza dell’animo che sfociano in uccisioni. Non è la cronaca dei tanti, troppi femminicidi, ma è il “Joker” del film con Phoenix in questi giorni nelle sale, lontano dal magistrale jullare in viola di Jack Nicholson nel “Batman” di Tim Burton: è figlio di una società malata fatta di maschere, di antieroi che diventano eroi, di mancanza del “noi”, di tagli di fondi per aiutare chi è in difficoltà. Di superficialità e apparenza. Disperatamente umano e molto, molto vicino alla realtà. L’attacco di questo pezzo, per usare un termine giornalistico, fa riferimento a un passaggio citato nel “X Premio nazionale Poesie in dialetto”, ripreso da un capitolo di “Tra cielo e terra”, dedicato alla figura di Vittorio Monaco (1941-2009), in cui l’autore interpretava l’esperienza politica di Monaco intellettuale-poeta-studioso.  Lo stare insieme come punto di forza delle azioni. A volte partecipare a interessanti convegni,  nonostante la platea mostri più teste bianche che giovani in cerca di sapere, fornisce spunti di riflessione. E il cervello, pure quello degli “spaventapasseri” come me, comincia a frullare pensando all’importanza dei custodi di memoria. Eh già, il dialetto è esso stesso un veicolo prezioso capace di raccontare vita-morte e miracoli della “gente che fa la storia”. Custode di memoria. Ma come tutte le lingue, è in evoluzione, sfilacciandosi nel tempo e portando via con sé tradizioni e usanze di un paese.  C’è un fonico inglese che vive a Fontecchio, Julian Civiero, 47enne nato nei dintorni di Leeds (Yorkshire), il quale, come ha raccontato al Corriere della Sera qualche settimana fa, ogni giorno registra voci e memorie degli anziani del territorio, per immortalare, prima che scompaia, un patrimonio antico tramandato oralmente. In primo piano c’è la storia degli altri. Sul palco: la gente, l’ascolto, lo studio, la parola, il noi. Di altri tempi. Quando con la genuinità dei semplici gesti si riuscivano a vivere grandi emozioni. Dietro le quinte: il paese in attesa di sopravvivenza, di norme che invoglino la gente a ripopolarlo, perché, per dirla alla Pino“Comm’è triste, comm’è amaro. Sta’ assettato a guardà’”. E infine l’io, che resta dietro la telecamera. Guardiani di memoria sono quelli come il giovane artista constatorie Marcello Sacerdote, fautore dell’associazione Cuntaterra (Brecciarola), che, con una particolare sensibilità, seppur con l’io in primo piano perché attore,  gira l’Abruzzo con i suoi racconti teatrali in musica, tra realtà e folclore, tirati fuori dalle radici dell’Abruzzo montano e montanaro, con l’intensa carica del dialetto recitato. Un solco nel tessuto sociale ed artistico che fa la differenza, soprattutto nell’era digitale e della condivisione piùvelocedellaluce, delle foto a go-go che, oltre alle piccole opere d’arte di chi scatta pur con tutta la passione del mondo, diventano un enorme diario di famiglia a cielo aperto. Dove l’io non fa nemmeno più a pugni con il noi, credendo di saper domare il rischio di perdere tracce di sé, di finire come fotografie non conservate a dovere in un medioevo che ingoierà nel buio dei secoli futuri immagini e ricordi. E resteranno solo quelle belle e commoventi foto in bianco e nero arrivate fino a noi, come piccoli tangibili custodi di memoria, a testimonianza di una società in cui l’io “era il più lurido di tutti i pronomi”.
(foto dal web)

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