“CON UN PERNACCHIO SI PUO’ FARE LA RIVOLUZIONE”

di Giuliana Susi
Con un pernacchio fatto bene si può fare la rivoluzione”. La napoletanità, a volte, è una di quelle genialità che giungono all’uopo in soccorso alle mancanze linguistiche, soprattutto quando si resta con il cruccio aperto ai dubbi, rovistando fintamente tra i neuroni, alla ricerca del termine giusto. O’Pernacchio (e non la pernacchia), come solo Eduardo De Filippo in “L’Oro di Napoli” riuscì a calare nella realtà con la sua arte inimitabile: “può essere di due specie. Di testa e di petto. Nel caso nostro li dobbiamo fondere. Cervello e passione”. Una filosofia di vita, in sostanza. E’ la voce della gente, che non tiene niente, contro la superbia del nobile arrogante: una protesta sociale, una forma di dissenso liberatorio che per tirarlo fuori bisogna anche saper coglierne l’occasione. Questione di “scorza”. Qualche anno fa i tifosi napoletani organizzarono un flash mob in stile surround: “O’pernacchio ad Higuain direttamente dallo stadio San Paolo” . Un pernacchio 2.0 verrebbe da sganciare oggi ai tempi dei social, contro i famigerati hater: gli odiatori, per chi non mastica il web. E’ la modernità, bellezza. Il nulla sotto il sole. Pacifica irriverenza tra goliardia e soddisfacente senso di libertà. La pernacchia dispettosa, invece, richiama la celebre telefonata di Alberto Sordi, tifoso romanista nel film “Il Marito”: “Alla faccia tua  e de tutti i lazziali, Peppì”.Che per i giallorossi diventa una di quelle scene cult da vedere e rivedere, solo per la forza impertinente della spernacchiata. Amaro rifugio di libertà, in realtà, per un uomo piegato alla vita a due per convenzione sociale. A dire il vero, a proposito di scanzonati sfottò, facile che dalle nostre parti sotto Giostra venga in mente il così detto chiavone. C’è una tradizione di quelle non scritte e poco note al pubblico giostraiolo che viaggia underground e si infila tra vicoli e vicoletti della Sulmona vecchia, marcando i confini di Borghi e Sestieri, come matitone che “passa e spassa sotto a ssu balcon”, come solchi di antichi fossati, con coccodrilli annessi per bollare proprietà e appartenenze. Innocui, in fondo, perché il volemose bene è sempre un leitmotiv che intenerisce il core. Goliardia sarcastica vuole che il settimo in classifica nelle gare di piazza Maggiore riceva il chiavone dall’ultimo arrivato nell’edizione precedente: come dire, l’ultimo chiude la porta a chiave e arrivederci all’anno prossimo, quando alla testa del corteo il settimo piazzato aprirà la sfilata. Come da tradizione, quella ufficiale. Altro giro, altra Giostra, altro chiavone: una volta a me e una volta a te. Ma se il Borgo o Sestiere ha perso per colpa del tempo, questione di centesimi, ecco pronte le monetine di rame davanti alla sede, gli occhiali di cartone appesi ai batocchi per chi non ha centrato l’anello della vittoria, oppure cerchi in stile marchio CONI e addirittura la riproduzione cartacea del simbolo di un Sestiere o Borgo, battuto in finale. La testa del cinghiale, del leone e così via. La presa in giro vivacemente umoristica è la strada parallela che corre sotto le onde, sconosciuta ai più e nemica di quell’appiattimento emotivo  tipico moderno. Il pepe casereccio nelle sfide dietro le quinte, in sostanza, seppur grottesco, sciocco e irrilevante, ma archetipo di vitalità in stile pulecenelliano. Anche questo, visti i tempi, sarà destinato a morire, dato che da queste parti anche la voglia di scherzare va scemando, sfilacciando e soffocando quel senso sacro della burla: spada dalla punta di gomma di chi osa colpire con lo spirito irriverente. L’allegra spernacchiata, in questo caso, diventa più sonora del signor pernacchio: roba seria, da rivoluzione.


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