QUANDO LA BANDA PASSO’, IL PAESE IN CUI SI RESPIRA MUSICA

 

Giuliana Susi

di Giuliana Susi

Al profumo di musica. S’impara a suonare fin da piccoli, in ogni famiglia cresce almeno un musicista ed è il paese in cui la banda accompagna il caro estinto. Emozionante. Ieri, come oggi. “Appena si arriva a Introdacqua si odono le note provenire dalle case”, sentii dire a un convegno. E pacatamente sorrisi, come chi sorride a un’ ignara ovvietà. Se nell’immaginario collettivo viene subito in mente la “flotta di bambini festosi che si mise a suonare come fa la banda”, chi bazzica quel paese stretto tra i monti, invece, si accorge della “musica che gira intorno”, quella che per Fossati abbatteva i muri e invitava alla fratellanza . E nei racconti degli anziani il fattore musicale è sacro e onnipresente.  La musica che univa e riuniva, che sfamava, che rallegrava, che connotava l’identità più vera di un popolo fiero di un così nobile talento capace di ripagare nel profondo.  Gonfiava il petto e si aggiustava il cappello quando riconosceva i pezzi della sua banda. Orgoglio di musicista. Tramandato di padre in figlio. Pane quotidiano per  molti uomini, quando calzolai o falegnami portavano in giro nelle piazze la musica per racimolare qualche soldo, facendosi suonatori sensibili e raffinati. E rispolvero i racconti di chi non c’è più, che rammentava quanto fosse incredibile capitare in una casa con numerosi figli, inevitabile non trovare intorno al camino una seggiola in più e uno strumento sempre pronto: bastava un accenno di nota o mezzo motivetto che partiva un concerto.   Una tromba, una chitarra, un violino. A raccolta tutto il vicinato. La musica era musica. Si scacciava la fatica di una giornata nei campi, si eludeva la preoccupazione del tirare a campare o semplicemente si dava retta a quella passione irrefrenabile dell’artista del suono, che fuoriusciva dirompente e travolgente, come un ciclone che ti afferra per un braccio e ti fa ballare. Uno di quei balli antichi che nessuno sa più fare. E la musica la sentivi uscire dalle case. Come un pentagramma che volteggiava e ondeggiava in aria, lasciando che chiunque passasse da quelle parti potesse respirare musica. Inspira. La senti? Suona per me e per te. Anche quando la guerra incombeva come corvi torvi che gracchiano sul collo. Quei muri, in fondo, la musica li abbatteva, eccome. “Capitava di recente che quando aprivo le finestre del municipio era un piacere ascoltare la musica classica che proveniva dalla casa accanto, nella piazza centrale”. Me lo ripete ancora oggi l’ex sindaco quando mi incontra, se non fosse perché in quella casa abitava mio nonno. Fiero musicista di banda da generazioni, che di aneddoti ne ha sciorinati a noi nipoti, a partire da quando ragazzino, nei primi del Novecento, suonava già. Come usanza voleva. Il fatto che la tradizione bandistica introdacquese affondi le radici in un passato davvero remoto,  lo testimonia in paese un certificato di matrimonio della fine del 1700 dal quale si evince che lo sposo svolgeva tale mestiere, sussidiato dal Comune, prestando servizio gratuito nelle celebrazioni, come il genetliaco del re. Continuare a suonare vuol dire non sfilacciare il legame con il passato e non sarebbe male un museo della banda, lì dove diventa unico pure camminare in  un corteo funebre, accompagnato dalla banda. Nei vicoli rimbombano forti le meste note, quasi a scandire i momenti di una vita appena conclusa. Poi, lentamente si affievoliscono. Passo dopo passo. Sfumano in lontananza. Fino al camposanto, dove il silenzio si fa musica da respirare.



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