L’ULTIMO VINO “FATTO IN CASA” NEL SESTIERE JAPASSERI, UNA STORIA DA GUSTARE A…PICCOLI SORSI

E’ l’ultimo vino fatto in casa, nella propria cantina, nel sestiere di Japasseri, quello prodotto da Enio Natale, 85 anni, residente proprio in via Japasseri. “Ormai le forze vengono meno, ho deciso con quest’anno di produrre l’ultimo vino e il mio sarà l’ultimo vino fatto in casa, una tradizione che così scompare anche in questo nostro sestiere” dice Enio mentre si guarda intorno, nel piccolo “regno” della sua cantina, tra il torchio e i tini disposti lungo la strada sotto casa. “La mia è una tradizione familiare di vecchia data, di tante stagioni autunnali trascorse tra la vigna e la cantina – racconta Enio – l’arte di fare il vino mi è stata insegnata da mio padre Antonio ma risale a generazioni ancor più indietro nel tempo”. Con la tradizione del vino di produzione propria, scompare anche un momento che ad ogni autunno era fatto di condivisione tra la gente del vicinato. “Il mese di ottobre, con la vendemmia e con la preparazione del vino, era tempo di grande aggregazione tra noi che viviamo in questo stesso rione – precisa Enio – si usciva in squadre a mattina presto, con le ghette alle caviglie e un fazzoletto come copricapo, per ripararci dal sole e fino al tardo pomeriggio, fatta quasi sera, si lavorava nella vigna”. Su carretti, prima trainati da muli, come le mambrucche e poi a motore, si riportava l’uva raccolta. Accanto a chi lavorava nella propria vigna, c’era chi andava a giornata, prestando le proprie braccia per la vigna altrui. Il salario era di 250 lire a giornata, arrivato poi a 500 lire. Le giornate erano vissute tra la fatica del giorno e il momento poi del riposo e dell’allegria, con un modesto ristoro, fatto di pannocchie e patate al coppo. Poi veniva il giorno dell’uva pigiata nel torchio. “Allora per strada, accanto all’odore del mosto, si diffondeva il rumore del tic-tac del torchio, manovrato da due coppie di uomini, una a destra e un’altra a sinistra per pigiare l’uva” racconta Enio. Le famiglie che producevano vino erano numerose e si davano una mano l’una con l’altra. “Con noi i maggiori produttori di vino in questa zona erano i Ranalli, i Verrocchi, i Pacella – precisa Enio – mi piace ricordarli con il soprannome familiare, i Ranalli detti Sburzitte, i Verrocchi, i Carluccette, i Pacella Zuchille”. Poi le famiglie più abbienti del sestiere mettevano a disposizione dei vinificatori i loro caldaioni, “i callaroni”, per chi volesse cuocere il mosto, come faceva la maggior parte. Tra la vendemmia e il momento di “spremere” l’uva si accendeva anche una sana competizione. Gli agricoltori valutavano l’uva degli altri, a confronto della propria. Lo stesso avveniva per il vino. “Tra voci, rumori, odori, si creava lungo queste strade un’atmosfera molto particolare, piena di movimento, di attese, di soddisfazione per il lavoro compiuto” conclude Enio. Oggi quell’atmosfera è solo un ricordo, lasciando posto al silenzio sceso in tante strade del centro storico, che si va svuotando e quasi perdendo la sua identità. Un’eredità da pochi raccolta e custodita ancora, come ha fatto finora Enio. Ottantacinque anni e una vita di lavoro da raccontare…..da bere a piccoli sorsi. Come l’ultimo suo vino da gustare.