CREDENZE POPOLARI LEGATE AL “CAPETIEMPE” NELLA VALLE PELIGNA

Gli antichi riti nella Velle Peligna del 1 e 2 novembre. Processioni di morti, banchetti funebri, tavole lasciate imbandite nelle case durante la notte, ceri accesi sulle finestre e usanze non troppo lontane dalla tanto criticata Halloween di importazione estera.
L’eterno ritorno alle origini affascina anche nell’era di internet, resistendo ai più distratti che sguainano la ratio a difesa della modernità, quasi a dimenticare quel mondo incredibile fatto di tradizioni millenarie che raccontano la nostra storia, segnando la peculiarità di posti e luoghi. Ci sono credenze popolari e riti legati al “Capetìempe” (Capotempo), nati forse per scacciare la paura della morte, tra il sacro e profano, tramandati oralmente, intrisi di quel fascino che sa di antico e vecchi merletti. Connotano l’identità di un paese e, resistendo miracolosamente, mantengono in vita quel prosieguo tra la semplice civiltà contadina di un tempo e la nostra attuale frenetica ed “evoluta”. E’ il mondo della tradizione popolare. Dimenticata o per alcuni sconosciuta, immortalata nel libro “Capetìempe” dello studioso Vittorio Monaco (1941-2009), in cui si legge di quella concezione circolare del tempo per l’immaginario popolare arcaico, secondo la quale il periodo più suggestivo dell’anno, in cui vita e morte vanno a braccetto, è quello che va dal 31 ottobre, vigilia di Ognissanti, all’11 novembre, un arco di tempo che suona come un capodanno, un punto da cui tutto comincia, dopo la conclusione dell’anno agricolo, in cui si praticavano riti legati al ricordo dei morti.Un po’ in tutti i paesi della Valle Peligna leggende immaginarie narravano dell’ invisibile e silenziosa processione dei morti che dal cimitero, alla volta della chiesa e ritorno, si snodava seguendo il percorso dettato dai ceri accesi sui balconi delle case, indicanti, al passaggio dei defunti, la propria antica dimora. In alcuni comuni, come Pratola, la porta si lasciava socchiusa per accogliere i cari estinti, con la tavola apparecchiata e una conca d’acqua sul tavolo. In altri, invece, non si raccoglievano le molliche cadute sul pavimento e la mensa restava imbandita con gli avanzi della cena. Usanza vietata negli altri periodi dell’anno in quanto sarebbe stato nefasto.A Introdacqua l’immaginazione definiva l’ordine di successione delle anime in corteo con una candela in mano: davanti i nati morti (senza muovere i passi avanzano come spinti da un soffio di vento), seguiti dai deceduti subito dopo il battesimo, poi le giovani, infine adulti e anziani. La processione era chiamata la “Scornacchiera” (da cornacchia, per la quale, diversamente dal corvo, prevalgono aspetti positivi, sempre secondo le credenze popolari ) ed era scandita da una filastrocca “tiri tiri tera e mo’ passa la scornacchiera”.  Ancora oggi nelle finestre delle case introdacquesi vengono accesi lumini.