CAPETIEMPE, RITI E CREDENZE POPOLARI A PACENTRO: LA “CENA DELLE ANIME”

L’inizio di Novembre, in agricoltura, rappresenta un momento di passaggio tra la fine dell’estate e l’inizio della stagione fredda. Anche se le stagioni ormai sono abbastanza cambiate dal punto di vista climatico, l’inizio dell’Autunno segna il momento in cui la natura si concede il suo momento di riposo. I contadini, avendo messo al sicuro tutte le provviste per il rigido inverno, si dedicavano di più a se stessi e ringraziavano i “santi” e Dio per il raccolto ottenuto, sperando che l’anno successivo sarebbe stato ancora più copioso. Anche la festa di Halloween, che molti credono sia di origine americana, in realtà ha radici antiche in Europa. Secondo fonti storiche infatti pare sia di origine celtica (coincideva con il loro Capodanno), rappresentando proprio un rituale di passaggio tra l’estate e l’inverno.

Anche il rito di commemorazione dei defunti ha origini antiche. Il primo Novembre, il popolo romano era solito dare festeggiamenti in onore di Pomona, la dea della frutta, che garantiva raccolti abbondanti e terra fertile. Infatti nel Mediterraneo la frutta è sempre stata una benedizione, crescendo ovunque e in abbondanza, e ancora oggi tra i cibi cardine della famosa dieta mediterranea, contribuendo a renderla particolarmente salutare. Tant’è che in epoca Romana essa era considerata addirittura degna di devozione. Il nome della dea Pomona è la crasi tra pomorum, genitivo plurale di frutti, e patrona, signora. Del resto pomo è il termine che si usa anche in italiano per indicare alcuni frutti, in primis la mela. Pomonalia invece era la ricorrenza che ogni anno, il primo novembre, in epoca di raccolta per l’appunto, gli antichi Romani festeggiavano in suo onore offrendole in dono delle mele e sperando di propiziarsi la fertilità. Su questo culto mancano notizie particolareggiate, ma è certo che esistessero sacerdoti preposti, i cosiddetti flamini pomonali. In compenso Ovidio nelle sue Metamorfosi ha raccontato dettagliatamente e tramandato fino a noi il mito di Pomona e Vertumno, descrivendola come amante della vita all’aria aperta, della campagna e delle sue coltivazioni.

Quando i Romani vennero in contatto con i Celti in seguito all’occupazione della Britannia, i loro riti propiziatori e di ringraziamento si fusero insieme, permettendo a molte usanze di tramandarsi fino ad oggi. Tra queste, la credenza che in questo passaggio dalla stagione estiva a quella invernale, il tempo si fermava, permettendo al mondo dei vivi e quello dei morti di entrare in contatto.

La zucca invece, oggi simbolo della festa di Halloween, era simbolo di fertilità, utilizzata sia dai Romani che dai Celti, che erano soliti utilizzarla come lanterna per tenere lontani gli spiriti. La stessa usanza di bussare alle porte delle case e chiedere “dolcetto o scherzetto”, sembra risalire alla pratica dei cristiani di andare in giro per i villaggi per il 2 novembre ad offrire preghiere per i defunti ricevendo in cambio un dolce di uva passa.

IN ABRUZZO

In Abruzzo infatti fin da tempi antichi vi è l’usanza, per molti anni dimenticata, di decorare le zucche, come quella dei ragazzi di bussare di casa in casa domandando offerte per le anime dei morti, che solitamente consistevano in frutta di stagione, frutta secca e dolci.Il culto dei morti, è tipico di tutte le culture, ed è legato ai riti e alle credenze religiose che da sempre accompagnano l’uomo.

La storia e l’archeologia dimostrano che i riti funebri erano celebrati, presso tutti i popoli, qualunque sia la loro religione o appartenenza sociale e qualunque siano le usanze tipiche di ogni rito funebre.La Chiesa celebra la festa di Ognissanti e quella della Commemorazione dei defunti in due giorni consecutivi, il primo e il due Novembre. La prima è dedicata ai santi e festeggia il loro dies natalis inteso come il giorno della nascita in cielo, la seconda è riservata ai morti. Agli uni e agli altri andava il ringraziamento per un buon raccolto.

I RITI: LA CENA PER I MORTI

Sono tanti i riti propiziatori che le famiglie erano solite avere in questi due giorni, anche se con la modernità e l’avvento della globalizzazione, molti sono andati persi, come anche le tipiche usanze che ricordo con un po’ di nostalgia che hanno segnato la mia infanzia e che forse tanti ragazzi, poco più giovani di me, non hanno mai avuto la fortuna di conoscere.

In occasione della Commemorazione dei defunti, un tempo erano tante le famiglie del mio paese, Pacentro (un piccolo borgo in provincia dell’Aquila) che preparavano la sera del 1° novembre, la “cena per le anime” che silenziosamente in quella notte tornavano sulla terra per visitare le loro case.Secondo la credenza popolare i defunti tornavano per dissetarsi e nutrirsi, per allontanare le malvagità o per giocare a carte. Per assistere alla messa o recitare il rosario lungo le vie del paese. In questa maniera ripopolavano le vie del paese, facendo visita ai vivi, e facendo sentire sempre vicino la loro presenza e la loro protezione, permettendo così di dare continuità alla vita, alle tradizioni, al rispetto e a mantenere forti legami con i propri congiunti.

LA MESSA DEI MORTI: NON SI USCIVA DI CASA

Un racconto che mi colpì molto da bambino, fu quando mi narrarono che la notte del primo novembre i bambini non dovevano uscire di casa, perchè i morti si radunavano in chiesa per sentire la loro messa, la cosiddetta “messa dei morti”. E se qualcuno fosse entrato in chiesa durante tale funzione, poteva correre il pericolo del contagio di morte. Secondo i racconti, fu proprio quello che sarebbe accaduto ad una povera signora di cui non seppi mai il nome la quale, alzatasi di notte per andare ad aprire il suo forno (allora in paese c’erano ancora i forni pubblici, dove poter cuocere il proprio pane), passò davanti ad una chiesa (in paese ce ne sono diverse), e vedendola illuminata, pensò che si stesse celebrando una messa e vi entrò. La chiesa era illuminata e piena di gente.Mentre prese posto e si inginocchiò per pregare, le si avvicinò una sua parente, morta anni addietro, che la invitò ad andare via, dicendole che era l’unica viva in mezzo ai morti. E se non avesse fatto presto, appena consumata la fiamma delle candele, i morti tornavano morti e portavano via con loro anche i vivi. La donna allora si mise subito in testa lo scialle e senza guardare in faccia nessuno scappò subito via, ma fu talmente spaventata dall’episodio che divenne muta.

IN COSA CONSISTEVA LA CENA DEI DEFUNTI

Nella “cena dei defunti”, tradizione tenuta ancora viva da mia madre, si lascia apparecchiata la tavola per garantire un pasto notturno ai propri familiari defunti, anche quelli mai conosciuti. Secondo tradizione si evita di mettere le posate sul tavolo, in quanto sconosciute in tempi passati. Ma non si mette neanche il coltello, in quanto potenziale pericolo, poiché le anime, qualora fossero irritate per dei comportamenti sbagliati o arrabbiate per motivi propri, potrebbero farne cattivo uso.

La tavola presenta al centro un lume, che garantisce luce sufficiente ai commensali. Il pasto, generalmente è rappresentato da maccheroni fatti a mano, col pollice, senza l’uso di strumenti di legno, rame o ferro. A questo si aggiungevano pane e formaggio. Accompagnati da un bel bicchiere colmo di vino rosso.

Molte volte comparivano anche i fichi secchi (se c’erano) oppure qualche sottolio. Era quello, il pasto per i defunti. Altra rigida precauzione era quella di non chiudere a chiave né porte, né cassapanche, né cassetti: questo al fine di dare la possibilità alle anime di prendere qualcosa che avevano desiderato. Non mancava la brocca dell’acqua piena fino all’orlo: i morti tornavano a casa con una grande sete.

Se l’indomani la tavola apparecchiata rimaneva intatta, era segno che le anime si erano nutrite e la cena non consumata veniva consumata dai parenti (o in alcuni casi veniva offerta ai poveri), in suffragio dell’anima per cui era stata preparata. Era doveroso eseguire il rito, non tanto per il vincolo, ma perché le anime potevano nuocere i viventi se, tornando una volta all’anno, non trovavano il rituale pasto.

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Addirittura si racconta, dato il forte rispetto i defunti, che il 2 novembre non si mangiava  pesce, poiché in Abruzzo, i pescatori, la notte tra l’ 1e il 2 novembre, non potevano andare a pesca, perché le reti avrebbero pescato, invece che i pesci, solo teschi di morti.

Proprio per questo, uno dei pasti tipici del giorno dei morti è rappresentato dai legumi, in particolare ceci e fave.

Nell’antichità le fave erano il cibo rituale dedicato ai defunti e venivano servite come piatto principale nei banchetti funebri.I Romani le consideravano sacre ai morti e ritenevano che ne contenessero le anime. Questo probabilmente perchè la pianta presenta lunghe radici e un lungo stelo cavo, fungendo da tramite tra il mondo dei morti e quello dei vivi.

Quella di pasta e legumi o pane e legumi, rappresenta una usanza tipica della civiltà contadina, che ancora oggi è alla base della dieta mediterranea. La presenza del grano e dei suoi derivati infatti è fondamentale nelle tradizioni associate a queste giornate, in quanto il grano è il simbolo stesso della vita e della fertilità, ma anche della morte.

Secondo l’usanza, per raccogliere il chicco di grano bisogna recidere la spiga (cioè uccidere la vita), da cui poi nascerà una nuova spiga.Mangiare il grano nel giorno dei morti viene così ad assumere, oltre che valore rituale, valore propiziatorio per garantire continuazione alla vita e prosperità.

Pian piano si stanno perdendo tutte quelle tradizioni, che sono un misto tra religiosità e paganesimo, che forse ai ragazzi di oggi andrebbero di nuovo raccontate. Conoscere le usanze di un popolo, ci aiuterà sempre di più a capirlo.

 

Dott. Antonio Pacella

Medico Chirurgo

Specialista in Scienza dell’Alimentazione

Medicina e Chirurgia Estetica

Riceve a Sulmona, Pescara, Roma, Venezia, Bologna, Reggio Emilia, Milano, Verona

 

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rubrica pubbliredazionale curata dal  Dottor Antonio Pacella, Medico Chirurgo Specialista in Scienza dell’Alimentazione Medicina e Chirurgia Estetica (Riceve a Sulmona, Pescara, Roma)